Musica e sorrisi: note dolcissime per Fabi e il ricordo di Olivia

C’è da camminare sotto un cielo strano metà sole a picco e metà nuvole nere gonfissime. Da camminare tra sbuffi di vento che scompigliano i pensieri e i capelli. Camminare assieme a migliaia d’altri, freakettoni e punk, ragazzette coi tacchi alti improbabili e famigliole post rock, tra gli hooligani del piercing e della svisata e i devotissimi fan di Baglioni, Jovanotti e vattelapesca. Un serpentone colorato che s’inerpica, cerca parcheggio, chiede indicazioni ai vigili che s’affannano con le palette. «Di qua, di là». Roma non è così distante ma sembra un altro pianeta mentre le lucertole si nascondono ad ogni «grattata» di chitare elettriche, ad ogni decibel di troppo. La musica, adesso, è vicinissima. A un passo. Un altro passo per Lulùbella, nel nome di Lulù.

Il palco è al centro di un prato gigantesco, Woodstock de ‘noantri. E quando arrivi alla festa di Lulùbella che ieri avrebbe compiuto due anni, lo capisci perché i suoi genitori hanno voluto tutto questo. E proprio qui, nella valle del Treja dove l’aria sa di erba, cascate e cavalli, dove il cielo si vede per intero, quasi convesso, piegato su questa bella gente che sorride. Sorride anche Niccolò Fabi, stremato, coi capelli più bianchi. Dicono che certi dolori tolgano le parole, le cristallizzino dentro, le trasformino in cocci di vetro spessi, acuminati.

Niccolò ha messo le ali alle parole, le ha fatte volare come palloncini, farfalle, stelle filanti, coriandoli fosforescenti. Il 4 luglio Olivia, detta Lulùbella, se n’è andata per una meningite fulminante. «Non condividere una tragedia come quella che ci è accaduta rende pazzi. Io sono fortunato – racconta Fabi – ho il conforto della musica, dei miei amici, di tutti voi». Il prato si riempie. Passano le ore e si riempie di facce, sandali, pagliette, cani. Ed è un fiume pacifico. Lulù ha ora le orecchie calde di un bambino che corre mentre Roy Paci soffia dentro la tromba, Lulù balla assieme a Paolo Belli e Marina Rei, canta con la voce profonda di Fiorella Mannoia, Elisa e Cristina Donà, sorride col sorriso obliquo di Samuele Bersani e Max Gazzè, gioca con la chitarra come Daniele Silvestri e Manuel Agnelli.

Le parole per dirlo sono apparecchiate tra il palco e un agriturismo nella valle di Treja, luogo perfetto. «Un posto di pace. Quando ci siamo rifugiati qui mi è sembrato tutto più sopportabile», dice Niccolò. «C’è un grande prato verde, dove nascono speranze», ecco. Eccolo qui. Arrivano Morandi, Baglioni. Ci sono tutti per il compleanno di Lulùbella. Tutti. Un tam-tam lieve diventato un rombo, un filo rosso d’amore grande come un’onda, un’onda che si trasforma in mare calmo, finalmente. Arrivano ancora, adesso che il sole è tramontato. Vien voglia di cantare un vecchio pezzo del Banco: «Da qui messere si domina la valle. Ciò che si vede è». Ciò che si vede è una moltitudine pacifica e un po’ commossa, a tratti. Un concertone senza steccati, senza scaletta dove s’improvvisano session irripetibili e la gente si abbraccia, come se abbracciasse Niccolò e Shirin Amini, la mamma di Lulùbella. Festa niente affatto mesta, però, dove non c’è spazio per la paura e il dolore ha forme gentili, morbide. Una nostalgia più che un morso al cuore, una tenerezza ora che il cielo si fa nero. Una malinconia e un motivo importante per sopravvivere. Sessantamila euro di speranza da raccogliere, da donare all’ospedale di Chiulo, unica struttura della provincia del Kunene, sud dell’Angola.

Qui, ogni 1.000 nati 17 madri muoiono dando alla luce i loro figli e 26 bambini su 100 non arrivano ai 5 anni di età. Per questo pezzo di mondo lontano si canta stanotte e si usano le Parole di Lulù. «Perché Parole che fanno bene – spiega Niccolò – era la sua canzone preferita». E le parole scaldano i pensieri, fanno raccontare storie che diventano ninne-nanne elettriche, accendono la luce, accendono gli amplificatori, sparano al vento elettricità e note. Una cascata di note. Parole lanciate «nel mare con un motivo ed un salvagente che semplicemente fa il suo dovere, una parola che non affonda che magari genera un’onda che increspa il piattume e lava il letame».

Arrivano ancora e ancora: Jovanotti, Boosta, Rita Marcotulli, Tosca, Alberto Fortis, Enrico Ruggeri, Neri Marcorè. Arrivano nel nome di Lulù e delle Lulù d’Africa che non hanno mai visto tanti palloncini salire così in alto, fino alla luna. È una festa dove se scappa una furtiva lacrima se la beve la terra. Attesa e inaspettata come quella canzone di Fabi che ronza in testa, quel presagio terribile: «Devi toglierti dal centro, devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario». Ciò che è necessario sono parole, stanotte. Parole d’amore. Che luccicano.

http://www.unita.it/culture/musica-e-sorrisi-note-dolcissime-per-fabi-e-il-ricordo-di-olivia-1.160481

«La Woodstock di Fabi? Prova di libertà e speranza»

«Parole di Lulù», il concerto – evento svoltosi nelle campagne di Mazzano romano lunedì sera per celebrare quello che avrebbe dovuto essere il secondo compleanno della figlia di Niccolò Fabi scomparsa il 2 luglio, ha richiamato almeno diecimila persone nel suggestivo scenario della valle del Treja. Sul palco si sono alternati oltre cinquanta artisti, fra i quali Claudio Baglioni, Jovanotti, Enrico Ruggeri, Manuel Agnelli degli Afterhours, Elisa, Franco Mussida, Samuel e Boosta dei Subsonica, tutti intervenuti gratuitamente per stringersi attorno a Fabi e alla compagna Shirin e promuovere la raccolta fondi volontaria (il concerto era gratuito) destinata a un ospedale pediatrico in Angola.

Un evento apparentemente impossibile da metter su dal nulla nel giro di due settimane e con un cast che nessun concerto, neanche quelli del Primo Maggio, ha mai visto in Italia. Eppure è successo ed è stato splendido, grazie alla volontà e al trasporto con cui tutti (artisti, tecnici, organizzatori, pubblico) hanno aderito all’idea. Certo, dietro a tutto c’era la commozione e la partecipazione sincera a un dolore terribile inflitto dal destino a un uomo e ad un artista stimato e benvoluto da tutti come Niccolò Fabi, il desiderio di aiutare lui e la sua compagna Shirin a superare in qualche modo questo terribile momento. Ma il concerto dimostra anche un’altra cosa: se c’è una forte motivazione condivisa si possono superare tutti gli ostacoli e fare cose che non si pensava di poter fare. Ne abbiamo parlato con Manuel Agnelli, che dell’argomento è pratico, avendo inventato dal nulla, nei primi anni duemila, un festival itinerante come il «Tora! Tora!» con il meglio della scena alternativa italiana.

Nato fra lo scetticismo generale, quel festival ha invece lasciato il suo segno, andando avanti per diverse edizioni.

«Certo – risponde Agnelli – anche allora fu una scommessa, anche se non mi sento di paragonare il “Tora! Tora!” con l’iniziativa di Fabi, per ovvi motivi. La cosa che hanno in comune è certamente quella volontà che può farti superare davvero ogni ostacolo, ma bisogna avere degli obiettivi quasi presuntuosi, superare l’idea che non conviene farle. In questo Paese, afflitto da troppa pigrizia mentale, dove tutto appare macchinoso e difficile, sono cose che danno speranza. Oggi è importante pensare in grande anche agendo in piccolo e a livello individuale, sapendo però che è un percorso, non una cosa immediata. Ci scappano un sacco di soluzioni perché ci vuole troppo tempo a realizzarle, quando invece potrebbero essere quelle giuste. Col “Tora! Tora!” non abbiamo cambiato nulla, ma abbiamo dimostrato che le cose te le puoi fare da solo e farle bene. Si può seminare molto con l’inziativa personale».

Cosa pensi della straordinaria partecipazione di pubblico che c’è stata?

«Credo che dimostri quanto ci sia bisogno di momenti di aggregazione libera. Riabituare la gente ad uscire di casa, a confrontarsi, a ritrovarsi, a discutere direttamente delle cose, oggi è la cosa più importante e occaqsioni come questa lo dimostrano. C’è una evidente necessità di risensibilizzare le persone. Sembra una banalità, ma si costituisce qualcosa che è molto concreto, diversamente dall’opinionismo fatto ognuno a casa sua, magari su una tastiera di computer, che ci dà un’illusione di democrazia e libertà d’espressione ma in realtà ci rende innocui perché se rimani a casa sei un’entità astratta, virtuale. Secondo me questo ritirarsi in casa ha giocato molto anche nel ribilanciare la nostra società permettendo una libertà apparente ma non completamente democratica».

Sembra che Fabi voglia far diventare questo un appuntamento fisso… cosa ne pensi?

«La cosa nasce con degli obiettivi molto netti e chiari: se riusciranno a farlo potrebbe essere davvero fantastico, almeno per le prime edizioni. Poi lo sappiamo, è difficile tenere le cose inalterate a lungo, ma va considerato che le motivazioni e le finalità sono incorruttibili e Niccolò è certamente il guardiano migliore possibile per un progetto del genere».

http://www.unita.it/culture/laquo-la-woodstock-di-fabi-prova-di-libert-agrave-e-speranza-raquo-1.160497/comments-7.243632

Cronaca di un giorno incredibile

Perdere una figlia a soli due anni è una tragedia assoluta, un dolore che non si consola con niente. Ma il calore, la vicinanza, l’abbraccio senza parole delle persone care, degli amici, della gente, può aiutare a portare il peso.

L’altra sera a condividere in qualche modo il loro dolore per la perdita della figlia Olivia, Niccolò Fabi e sua moglie Shirin hanno trovato l’abbraccio di tanti amici artisti e di migliaia di persone (la cifra ondeggia, a seconda delle valutazioni, fra le 10 e le 20mila) accorse in un angolo di paradiso alle porte di Roma, vicino alle cascate di Montegelato, per stringersi con affetto attorno alla famiglia del cantautore romano.

Una festa di compleanno (Olivia, da tutti chiamata Lulù, era nata proprio il 30 agosto) e di commiato, un modo per elaborare collettivamente un lutto che ha colpito tutti nella sua drammatica ingiustizia. La lunga giornata di musica, organizzata perfettamente in pochi giorni con l’apporto volontario e gratuito di moltissima gente, ha il sapore di un piccolo miracolo anche per il livello del cast, che vede insieme Baglioni, Jovanotti, Elisa, Manuel Agnelli, Cristina Donà, Samuel e Boosta dei Subsonica, Enrico Ruggeri, Alberto Fortis, Teresa De Sio, Roy Paci, Gianni Morandi, Simone Cristicchi, i Velvet, Samuele Bersani, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri, Alex Britti, Paola Turci, Max Gazzè, Roberto Angelini, Marina Rei, Luca Barbarossa e Neri Marcorè, Syria e tantissimi altri.

Molti degli artisti presenti sono impegnati nei rispettivi tour estivi e per esserci hanno viaggiato per centinaia di chilometri, pronti a rifarlo il giorno dopo. Già dalle tre di pomeriggio, di fronte al primo migliaio di persone, si è suonato e si è andati avanti fino alle due di notte. Nel cielo volavano palloncini colorati regalati a chi faceva un’offerta per la ristrutturazione dell’Ospedale Pediatrico di Chiulo in Angola. Dalla sua tragedia personale Niccolò ha voluto che nascesse qualcosa di positivo e tutti gli incassi di questo concerto, andranno per aiutare altri bambini.

“In Africa quel che è successo a me avviene ogni giorno” è la riflessione dalla quale la grande sensibilità umana di Fabi è partita per ideare questo appuntamento. La morte si è presa Lulù, stroncata da una meningite fulminante prima di questo suo secondo compleanno, ma nel conto complessivo alla fine la morte ci avrà rimesso, altre vite che le erano destinate le saranno sottratte grazie a questo concerto. E’ stato quasi incredibile vedere tutti questi artisti insieme e ascoltare la loro musica perfettamente, nonostante nessuno abbia potuto provare prima di salire sul palco. Eppure è sembrato tutto così naturale, così facile. I complessi problemi tecnici che una kermesse di questo genere comporta si sciolgono d’incanto, grazie alla professionalità dei tecnici, ma anche in virtù di un’atmosfera positiva e solidale, che sembra cancellare ogni difficoltà.

Così “The Power of Love” dei Frankie Goes to Hollywood, che Samuel canta in una struggente versione acustica accompagnato dagli archi dello Gnù Quartet (complice, nel corso della serata, anche di altri artisti) sembra davvero la canzone perfetta per descrivere questo evento. Il fatto che tutto sia stato realizzato interamente in due settimane e che abbia visto la partecipazione di così tanti artisti di primo piano ha, in effetti, il sapore di un piccolo miracolo. Anche la forte condivisione umana che si respira nel backstage va ben oltre quella normalmente possibile in altre occasioni in cui sono presenti molti artisti come il concerto del Primo Maggio.

Tutti vivono la cosa con grande intensità e partecipazione, come sottolinea Roy Paci: “Dopo tanti anni finalmente una situazione con moltissimi artisti diversi dove si vive un’atmosfera veramente serena e condivisa. Vedere questo spirito, in questo posto meraviglioso, mi fa sperare che questa iniziativa possa ripetersi in futuro”. Circondato da tanto affetto Niccolò arriva a definirsi dal palco “un uomo fortunato” ma si rifiuta di commentare la serata, conscio del fatto che nessuna parola, in questo momento, potrebbe dire di più di quel che tutti stanno vivendo; sarebbe solo retorica, circostanza.

Anche fare la cronaca dei tanti interventi musicali sarebbe riduttivo, perché la giornata di ieri il suo senso lo ha trovato nell’insieme. Poi certo, ascoltare Barbarossa e Marcorè che cantavano “Senza Fini” ha divertito tutti, tutti hanno cantato in coro una emozionante versione acustica di “Avrai” che Claudio Baglioni scrisse proprio per suo figlio e la stessa emozione è corsa fra le fila del pubblico ascoltando Jovanotti che interpretava “A te”; certo “Pelle” degli Afterhours per voce e archi ha regalato altri brividi, ma tutti gli artisti che sono stati su quel palco hanno messo il cuore in quel che facevano e le emozioni sono arrivate tutte, con il clou raggiunto a tarda notte con il conclusivo intervento di Fabi insieme a molti degli artisti presenti.

“Vento d’estate” in una splendida versione corale, ha concluso la serata, soffiando idealmente sulle due candeline di Lulù con la promessa che avrà altre feste di compleanno come questa e che la sua piccola vita perduta si moltiplicherà in quelle di tanti altri bambini, sottraendoli a stenti e malattie. E scusate se è poco, per una bambina di neanche due anni.

http://www.unita.it/culture/cronaca-di-un-giorno-incredibile-1.160496

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