Live in Sant’Antioco settembre 2017

Filmati da me 🙂 L’audio è pessimo, ero in prima fila direttamente sotto la cassa. Il ricordo però è di una serata d’estate in Sardegna, splendida e di un concerto con Max in forma al 200%

Teresa e La favola di Adamo ed Eva
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Annina
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Cara Valentina
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Max Gazzè alchimista di suoni

Lunedì 3 aprile un Teatro dell’Opera sold out ha accolto con entusiasmo Alchemaya, opera “sintonica” in due atti di Francesco e Max Gazzè prodotta da Francesco Barbaro. Sul palco, oltre a Gazzè, Ricky Tognazzi e la Bohemian Symphony Orchestra di Praga diretta da Clemente Ferrari.

La definizione di opera sintonica è un neologismo che spiega sia l’impiego integrato di strumenti sinfonici e sintetizzatori sia la carica innovativa di Alchemaya. Il titolo rimanda ad “alchimia”, termine derivato dal greco che significa fondere: è quello che accade con la combinazione fra i due mondi musicali ma anche con la ricerca di connessioni e scambi tra parole, musica e scenografia. L’opera è un concept che parla della creazione e prende forma dalla ricerca – spirituale e su temi di storia, filosofia, fisica quantistica – condotta da Max Gazzè negli ultimi vent’anni.

Il primo atto dello spettacolo, ovvero l’opera vera e propria, è strutturato nell’alternanza forse un po’ troppo netta tra sezioni narrative e musicali. Le letture, affidate alla voce di Ricky Tognazzi, sono liberamente tratte da vari testi, quali la III e V Tavola Smeraldina e la Bibbia. I brani sono invece tutti inediti, scritti prevalentemente da Francesco e Max Gazzè. Nel secondo atto, strutturato come un concerto, vengono riproposti alcuni dei maggiori successi del cantante in versione sintonica. Si inizia con Il solito sesso, presentata al Festival di Sanremo 2008, per poi ripercorrere le tappe principali della sua carriera con Il timido ubriaco, Cara Valentina, Una musica può fare fino a brani dall’ultimo disco Maximilian (Ti sembra normale, Nulla e Mille volte ancora). Gazzè presenta anche due inediti, Se soltanto e Un brivido a notte, che spiega essere nati parallelamente alla composizione dell’opera sintonica.

Il programma di sala si apre con una citazione di Giordano Bruno, ben rappresentativa dello spirito dell’opera: «l’uomo non ha limiti, e quando un giorno se ne renderà conto sarà libero anche qui in questo mondo». Il superamento delle barriere come presupposto per la conquista della libertà è di fatto il compimento del processo di creazione, un tema che trova riscontro anche nei testi, ad esempio nella Tavola di Smeraldo (F. Gazzè, M. Gazzè): «Tu, uomo del presente, / stella triste / confinata sempre / nelle sciocche / norme / del tuo corpo, / fuggi il torto / uguale / d’ignorare / ciò che / non esiste, / perché esiste / in altre forme». Le parole di Giordano Bruno ribadiscono inoltre la sete di cambiamento e di sperimentazione che aleggiano attorno all’opera. Da sottolineare in tal senso la cosciente rinuncia alla forma canzone tradizionalmente intesa a favore di composizioni articolate secondo una logica narrativa, che niente concede al facile ascolto.

Come spiegato da Gazzè, Alchemaya è prima di tutto un progetto culturale costituito da testo, musica e scenografia. Le tre dimensioni entrano in relazione tra loro partecipando, ognuna dal suo punto di vista e mediante il proprio linguaggio, alla costruzione del tema centrale. Per far questo Gazzè non stravolge il suo linguaggio, ma cerca delle strade per dilatarlo, delle nuove soluzioni che allarghino i confini del genere sino a trovare dei punti di contatto con territori stranieri. La scelta dei teatri d’opera è in tal senso sintomatica, auspicando tra l’altro, accanto alla contaminazione dei generi, una contaminazione tra pubblici diversi, notoriamente ancorati ai loro mondi musicali.

Chi si aspetta di trovare in Alchemaya innovazioni tecniche o strutturali rimane tuttavia inesorabilmente deluso. Presi singolarmente, gli elementi caratterizzanti di questo lavoro – come la combinazione di sintetizzatori e strumenti sinfonici o la stessa struttura del concept – fanno già parte della nostra storia recente. La novità dell’opera non consiste dunque nella proposta di soluzioni realmente inedite, quanto nella combinazione originale di tali elementi in un progetto organico, fortemente caratterizzato da una specifica personalità artistica. Come spesso accade dobbiamo ragionare nei termini di riletture, che proprio in quanto tali forniscono un contributo tanto personale quanto originale. Per apprezzare pienamente il valore dell’opera è poi necessario contestualizzarla non solo nel percorso artistico di Max Gazzè, ma anche nella situazione che investe oggi l’industria musicale. Un lavoro tanto ambizioso e coraggioso, a ben vedere, è la naturale evoluzione di un artista che ha da sempre preso sul serio la canzone, cosciente delle enormi potenzialità del genere. In questo è senz’altro erede della migliore tradizione del cantautorato italiano, da sempre convinto assertore della sussistenza di un errore di fondo nella distinzione tra arti maggiori e arti minori. «Fare pop è davvero un’arte difficile» ha dichiarato solo pochi mesi fa Max a Ernesto Assante per Repubblica, «significa fare cose orecchiabili, archetipiche, ma ricche e a loro modo complete, c’è una meticolosa stesura del testo, una attenta ricerca sul suono delle parole che faccio con mio fratello, le assonanze, le rime interne. La semplicità da filastrocca è solo apparente: i testi sono complicati, come quello di Sotto casa, ci sono duemila parole ma i bambini la cantano subito». La cura di ogni aspetto di una canzone e in particolare delle complesse relazioni che intercorrono tra testo e musica, è sempre stata una cifra distintiva della sua produzione. Spiegava alcuni anni fa Francesco Gazzè, suo fratello e collaboratore, che «il matrimonio parole-musica deve basarsi sulla parità, sul coinvolgimento reciproco, sullo scambio disinteressato delle emozioni, proprio come accade in un matrimonio ben riuscito» (Parlare di musica, a cura di Susanna Pasticci, Meltemi 2008).

All’origine di Alchemaya c’è tutto questo, oltre alla sperimentazione ed esplorazione continua di territori sconosciuti. Ma c’è anche qualcosa che trascende l’universo Gazzè e che ha a che fare con il nostro modo di vivere la cultura: lo spettacolo mette in scena il bisogno oggi fortissimo di integrazione tra sistemi musicali, che sta portando sempre più frequentemente ad aprire dei valichi all’interno di muri che sembravano insormontabili. Gazzè ha stimolato e sorpreso il suo pubblico e lo ha fatto garbatamente, ma con fermezza e convinzione. Gli spettatori hanno sostenuto la nuova produzione, alternando attenzione e curiosità con momenti di entusiasmo e regalando all’artista la standing ovation finale, definitiva consacrazione di una serata densa di emozioni.

Da Amadeus, di Vera Vecchiarelli

 

Opera di Firenze, Max Gazzè e Bohemian Symphony Orchestra incantano con Alchemaya

Fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it/2017/04/09/opera-di-firenze-max-gazze-e-bohemian-symphony-orchestra-incantano-il-pubblico-con-alchemaya/3510714/

L’inizio è la creazione: dal nulla della buia sala del Teatro dell’Opera di Firenze si spandono lunghi suoni di sintetizzatore. Non si tratta però della creazione a cui siamo abituati a pensare, non quella per secoli ufficialmente narrata nella Genesi. Nell’Alchemaya di Max Gazzè un’altra creazione prende vita insieme alla profonda, cadenzata, espressiva voce di Ricky Tognazzi che, su quei lunghi e misteriosi suoni, recita un passo tratto dalle antiche tavole sumere, quelle risultanti dalle traduzioni dello scrittore Zecharia Sitchin. Si narrano così vicende pre-adamitiche, precedenti cioè la plurimillenaria esperienza del genere umano sulla Terra e riguardanti gli Anunnaki, la popolazione aliena che nella narrazione sumera avrebbe colonizzato il suolo terrestre, nominandolo Eden, e creato l’Adam, il primo prototipo di essere umano.

Ecco dunque giungere Gazzè per cantare insieme alla Bohemian Symphony Orchestra di Praga che, impegnata a sostenerlo con ampi temi dal sapore eroico e fatalista, viene egregiamente diretta dal Maestro Clemente Ferrari. Torna nuovamente Tognazzi a narrare i fatti adamitici, storie ancora sconosciute ai più, ma che oggi trovano il loro massimo divulgatore italiano in Mauro Biglino. Le vicende sumere e bibliche sono, secondo questo tipo di narrazione e questo genere di studi, le medesime: cambiano solo i nomi, laddove i sumeri Anunnaki divengono, nell’Antico Testamento biblico, i terribili e temibili Elohim. Così prosegue tutto il primo atto, tra un canto di Gazzè e un racconto di Tognazzi, in una perfetta alchimia già ampiamente annunciata dallo stesso titolo dell’opera.

È forse, dell’intero primo atto, il quarto brano cantato da Gazzè, Vuota dentro, quello decisamente più convincente: una marcia tenebrosa che conduce il pubblico nelle viscere della terra. Gazzè, per l’occasione, applica alla propria voce un vocoder tanto azzeccato da restituire la gravità e la profondità di questa inquietante discesa che prende avvio da misteriosi buchi nel suolo del lontano Brasile: “Da buchi, ho scoperto, in Brasile si scende per scale sbattuti dal vento…il peso decresce di un quarto arrivando alle viscere di un altro mondo”La voce di Tognazzi è perfetta, profonda, rispettosa delle giuste e dovute pause, magnetica: il racconto, che nelle sue varie riprese attraversa i millenni, è chiaro, accessibile, diretto, e l’attore tocca l’apice della performance comunicativa nel biblico Ezechiele 1:1-28.

Alchemaya è così, dal punto di vista comunicativo e divulgativo, perfetta nel suo ruolo: a fine primo atto viene spontaneo dire: “Ci voleva, se ne sentiva il bisogno”. Di cosa? Di entrare in così semplice e immediato contatto con narrazioni e storie sconosciute ai più e spesso di non facile approccio.

Il secondo e ultimo atto dell’opera cambia invece radicalmente registro, e dalle narrazioni esoteriche ci si sposta sui pezzi più famosi dell’intero repertorio del cantautore romano, adeguatamente riscritti per l’orchestra dal Maestro Ferrari. Un’orchestra che, nel gioco delle parti di Alchemaya, opera definita da Gazzè “sintonica” per l’alchemica fusione dei timbri orchestrali con quelli elettronici, fagocita con la propria presenza e massa sonora qualsiasi velleità sintetica: a parte infatti alcuni punti, nondimeno significativi, in cui i synth giocano un ruolo decisivo, tutto il primo e il secondo atto sono immolati sull’altare delle melodie e degli arrangiamenti che il Maestro Ferrari ha saputo a ogni modo ben cucire intorno alla voce di Gazzè.

Il rischio di fondo è uno, e cioè che il tutto risulti un po’ troppo votato alla musica per film: le giravolte orchestrali disegnano paesaggi e orizzonti forse eccessivamente cinematografici (sembra a tratti di scorgere il John Williams di Star Wars o di E.T.), con una conseguente mancanza di totale adesione alle melodie vocali del cantautore romano, la cui voce, a tratti, sembra non essere propriamente adatta a una tale massa sonora.

A ogni modo, va benissimo così: ogni rivisitazione deve saper offrire nuove prospettive, nuove visioni, e questa inedita proposta del secondo atto di Alchemaya non è da meno. Insieme poi al repertorio “classico” Gazzè porta al suo pubblico, nel secondo atto di Alchemaya, ben due dei nuovi brani scritti di straforo assieme al fratello Francesco durante la stesura dell’opera: chissà se, quando l’opera verrà pubblicata in disco doppio, gli inediti verranno incisi nella versione, a prevalenza orchestrale, ascoltata ieri sera al Teatro dell’Opera di Firenze: chi vivrà, ascolterà.

Alchemaya, nel frattempo, vince la sua sfida col pubblico e la standing ovation finale replica quella già incassata al Teatro dell’Opera di Roma: tutti sembrano essere contenti, soddisfatti, persino il bimbo di cinque mesi che, in braccio alla mamma, dopo ampia e felice poppata, l’opera, con tanto di cuffie insonorizzate, se l’e dormita tutta, da cima a fondo.