Alchemaya: Max Gazzè, l’Ermete Trismegisto del ventunesimo secolo

Di Giulia DellaPelle

Fonte: https://www.insidemusic.it/alchemaya-max-gazze-recensione/

Max Gazzè, uno dei più dotati cantautori italiani contemporanei, ha da poco pubblicato Alchemaya, ultima fatica, contenente anche il brano presentato a Sanremo, La leggenda di Cristalda e Pizzomunno.

Si tratta di un doppio CD, per un totale di 27 brani: un’opera mastodontica.

Gazzè ha definito il suo album un’opera “sintonica”, in quanto la commistione di elementi sintetici e di musica classica è l’elemento portante. Operazione già ampiamente documentata e spesso svolta, con risultati più o meno felici: Synthesis degli Evanescence, il live di Battiato intitolato Un soffio al cuore di natura elettrica del 2005, numerose opere post rock quali ad esempio Raise your skinny fists like antennas to Heaven dei Godspeed you! Black Emperor, Helios/Erebus dei God is an Astronaut, gran parte della discografia dell’islandese Valgeir Sigurðsson e del compositore Philip Glass; certo, è indubbiamente la prima volta che un tale esperimento viene tentato in Italia, con tanto di materiale inedito, paese storicamente diffidente alle commistioni e alla complicatezza concettuale. Inoltre, la componente progressive, non nella realizzazione, ma nella genesi dell’opera, è sicuramente stata fondamentale.

Alchemaya è, prima di tutto, un viaggio: un viaggio nell’escatologia che parte dall’origine, dall’ombelico della civiltà, ripercorso tramite le leggende di coloro che furono prima di noi: potrebbe essere la colonna sonora di un codice alchemico del Rinascimento, della vita di uno studioso della pietra filosofale. Un Codex Gigas della civiltà moderna (viste anche le dimensioni monumentali dell’opera).

Alchemaya è teogonia e cosmogonia, la sua essenza sottende il creato come lo conosciamo: tale compito è svolto riportando la musica, spesso semplice strumento economico dato in mano a donzelline e gaglioffini che non la meritano, alla sua origine, alle sue particelle elementari, seguendo le regole immutabili, universali ed imperiture, della meccanica quantistica musicale. Da lidi e tempi lontani arrivano anche gli interpreti di Alchemaya: i cinquanta musicisti della Bohemian Orchestra di Praga. Impeccabili strumentisti laddove, nei tanti album che il mercato sforna continuamente, ci si limita a suoni campionati, alla mera pressione del tasto di un piano elettronico. Alchemaya è filosofia, mescola sapientemente elementi culturalmente ricercati e facilmente fruibili, al fine di creare l’effetto teatrale e straniante che l’ascolto, attento, dell’album, conferisce. Alchemaya parla di Gilgamesh, parla di Shiva, parla dell’Enuma Elish, con linguaggio dal registro elevato e raffinato: Gazzè canta di divinità morte e di leggende dimenticate con la sua voce monacale, che, va detto, ogni anno che passa lo avvicina sempre più a Battiato.

Alchemaya, va premesso, è la vetta artistica di un’intera carriera. Una monade liberata. Una creatività colorata, vivace, ispirata, fatta musica. Ma, anche, superbamente elitaria. È la concretizzazione di un concetto che in molti pensano ma che in pochi dicono: l’arte viene appieno goduta solo da chi può comprenderla.

Si parte con l’Origine del Mondo: enigmatico testo, una profezia misterica, comprensibile solo agli adepti. L’intro è magistrale: un crescendo di violini, timpani e fiati, che lascia incantati.

Spero che non voglia o che voglia per sempre, il contrario dei sogni è l’origine del mondo

l’impostazione del brano, è, però, tradizionale. La chiave resta sempre la stessa, il tempo è un regolare 4/4, eppure la maestosità fornita dagli accordi maggiori e dall’ariosità degli archi e dei fiati evoca grandi divinità intente a spianare montagne, aprire oceani, correre come su una corda sull’equatore, ed infine, campane delicate, riposare oltre le colonne d’Ercole. La concretezza, nella leggenda, viene appunto ricercata tramite tale brano, da Gazzè: i sogni vanno fatti realtà. Il contrario del sogno è la realtà. Il sogno può esserne l’origine, ma mai la realizzazione. Eru Ilùvatar ha parlato ed ha creato Tutto. Ultimo verso del brano è riferito ad una verità in balia di qualsiasi evento esagonale: importante è in numerologia il ruolo dell’esagono magico.

Si prosegue con Enuma Elish (“quando in alto”), brano ispirato all’omonimo poema accadico e babilonese sulla creazione, i cui primi venti versi recitano:

Quando (enu) in alto (eliš) il Cielo non aveva ancora un nome,
E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,
Nulla esisteva eccetto Apsû, l’antico, il loro creatore,
E la creatrice-Tiāmat, la madre di loro tutti,
Le loro acque si mescolarono insieme
E i prati non erano ancora formati, né i canneti esistevano;
Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.
Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.
Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei

Un arpeggio di pianoforte ed una serie di distorsioni elettroniche di sottofondo accompagnano la voce di Gazzè, un narratore di un mondo ancora inesistente, ma che si concretizza attraverso le sue parole. La sorpresa filosofica della canzone sta nel fatto che, alla fine, si comprende che il cantante non fa altro che narrare il punto di vista dell’uomo sulla divinità: dei stanchi, laddove l’Uomo è la realtà e l’idea.

alchemaya max gazzè recensione

Il Diluvio di tutti interrompe l’idea musicale di Enuma Elish e riprende l’ideale filo rosso de l’Origine del mondo: l’antropocentrismo superbo e nietzschiano che si comprende al termine della canzone precedente è cantato, e condannato, nell’estrema punizione divina nei confronti dell’uomo, quel Dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento (Dei troppo umani e uomini schiavi di immonda gelosia); viene paragonato ciò al tragico termine della raffinata civiltà atlantidea, effige del superomismo antico. Il diluvio è un tema ricorrente in tutte le culture, e tale ecumenismo culturale è ben espresso nel brano, la cui struttura è via via più complessa, fornendo, appunto, quello spunto progressive. Archi primitivi e sincopati, assieme ad un angoscioso arpeggio al pianoforte, quasi goccioloni che cadono, aprono alla narrazione del cataclisma: la componente elettronica si fa via via più presente, suoni distorti appaiono nel background, a dare l’idea dell’affondamento di Atlantide nell’oceano. Da metà canzone, cambia l’accordo di riferimento e l’arpeggio di piano di base, nonché gli strumenti principali, ora i fiati: Noè è già nell’Arca, non resta che guardare la pioggia cadere. L’esplosione orchestrale finale descrive pienamente la salvezza dell’umanità dovuta proprio a quella divina punizione.

Le idee musicali precedenti sono fuse assieme in Vuota Dentro, una marcia funebre di percussioni e timpani che sembra uscita dalla discografia di Battiato: viene narrata la tragedia cosmica, in fiati e dalla voce inquietante e distorta di Gazzè, un cantastorie oscuro appartenente ad una stirpe estinta. Ed è la volta di Shamballa, il misterioso mondo sottorreaneo narrato da poemi indiani, posto al centro della Terra ed illuminato da un sole eterno. Eulero, famoso matematico e alchimista, ne postulò anche il diametro, in 1000 km. Luogo mitico ed utopico, regno di luce, perfezione, bontà, il suo ingresso fu insistentemente cercato in Brasile (come ci ricorda Gazzè) e in Antartide dalle truppe naziste. Il finale elettronico, percussioni sintetiche e campane distorte, regala un senso enorme di mistero ed inquietudine.

Tale contrasto di emozioni è proseguito con la breve L’Anello Mancante, il cui testo parlato di ispirazione cabalistica narra della creazione di Adamo, e, dunque, di tutti gli uomini: siamo dunque creature divine, dotate di uno scopo, non nate dal caso. Il sottofondo elettronico è da documentario, suoni evanescenti e distorti, che focalizzano l’attenzione dell’uditore sulla voce dell’artista.

In Etereo tornano le ispirazioni orchestrali, con un violino solista e molti, sincopati, di supporto, che si fondono ad un sintetizzatore classico: ariosa, gioiosa, e leggera, il testo ermetico si presta a molteplici interpretazioni, ma la più probabile è che il soggetto dei versi sia l’anima, o la sua ricerca, di fronte alla nullezza della superbia dell’esser perfetti. Presenti, a metà brano, violini arabeggianti, in perfetta commistione col testo, che è strutturato come una Sura del Corano.

Non tu schiuma dialettica
foschia inferiore
m’adorni l’inconscio e lo scavi
io miglioro nel tempo
Tu resti allibita
in seno al mutamento
come se non avessi un corpo
maledetto etereo sostegno

La Tabula Smaragdina è, invece, un famoso manufatto arabo, presumibilmente da un originale egizio, al quale gli alchimisti fanno risalire il loro ordine; nuova fortuna ebbe il testo durante l’ottocento, con la nascita dell’ermetismo filosofico. Ermete Trismegisto, misteriosa figura nominata nella Tabula, è una divinità sincretica egizio/greca, ideale autore del Corpus Hermeticum. Da tale sfondo alchemico Gazzè trae ispirazione per la Tavola di Smeraldo, settimo inedito di Alchemaya. Egli impersona Ermete stesso, mescolandone i dogmi, quali il culto del numero dieci, dell’acqua guaritrice, dell’immortalità: un conte di Cagliostro più adulto e più concreto, immortale profeta del mondo che sarà. Il brano inizia al piano, con un arpeggio semplice sorretto da sirene elettroniche in lontananza ed archi; fiati e delicate percussioni accompagnano il cantato nella strofa. Nonostante il tema portante, il brano risulta meno d’effetto degli altri, soprattutto se paragonato a L’origine del mondo. Dal primo refrain in poi, appare il theremin, mano mano che il mistero si fa più profondo. Il brano si chiude con un’immagine orfica: immortali, vecchissimi, saggi, che si abbeverano alla fonte dell’eterna giovinezza. E pare quasi udire lo scroscio dell’acqua.

alchemaya max gazzè recensione

Energica è Visioni ad Harran, maestosa aria classica che fonde elementi lovecraftiani, rappresentati dgli strumenti sintetici (si ricordi la novella della Città Dimenticata, più antica del tempo stesso) e archeologia: Harran è infatti Carre, antica capitale del regno dei Parti, ossia l’eterna nemesi dell’Impero Romano, presso le cui inespugnabili mura persero la vita innumerevoli condottieri. Gazzè è un viaggiatore abbandonato da Dio, che, in realtà, ha abbandonato, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, l’intero pianeta. Il narratore è l’ebreo che guarda nella vuota Arca dell’Alleanza, è Mosè che infrange le tavole della Legge, è Lucifero che si inabissa nel profondo, è l’uomo che cerca lo Spirito Santo in ogni colomba (“Dio transita a volte in qualcosa che vola”). Perfetta commistione fra aria classica e elettronica minimal estremamente raffinata, Visioni ad Harran è il miglior brano dell’album. La chiusura, evocativa ed allo stesso opprimente, evoca pensieri abissali. L’eterno ritorno dell’uguale.

Un netto stacco si ha con Bassa Frequenza: ermetica la voce di Gazzè, accompagnata solamente da un sottofondo di rumore di interferenza elettromagnetica. Incerta l’interpretazione: si parla di artefatti nel deserto, che, ora, paiono senza significato, come un’interferenza. Magari con un’altra dimensione?

Gli oboe e i clarinetti aprono Alchimia, cui poi si aggiunge il corno francese: e sembra tratta da un’opera di Verdi. Coloratissima e gioiosa, il felice alchimista nel suo laboratorio, tra le sue storte ed i suoi alambicchi, alla ricerca della verità. Barocca, è un’ode alla vita, l’elemento fondante dell’universo, che lo permea, in una visione olistica estremamente positivista. Nel finale, archi sincopati e fiati maestosi, l’alchimista compie il perfezionamento dell’uomo: la creazione della pietra filosofale, e la sua capacità di trasformare il ferro in oro.

Si torna al ventunesimo secolo con Il Progetto dell’Anima, ultimo brano del primo atto. Elementi elettronici che richiamano una megalopoli, clacson e bip, ed un delicato pianoforte, ne rappresentano l’intro. Poco chiaro, perfettamente ermetico, è il testo: si rimanda alla ricerca della concretezza, all’unità d’intenti, così dispersi e frammentati nel mondo attuale. Vengono nominati due gruppi giudaici: i farisei, rigidi ed ottusi applicatori dei precetti religiosi, e gli esseni, cui il narratore tende, misteriosa etnia (ovviamente molto amata dagli alchimisti), che produsse i famosi testi di Qumran, dedita all’uguaglianza, in sintonia gli uni con gli altri. Campanelle ed arpa accompagnano l’assolo strumentale finale, elegante e solenne, che chiude il gigantesco progetto filosofico di Gazzè. Il bip di una sveglia digitale chiude la canzone, quasi fosse la fine del sogno del narratore.

Il primo atto di Alchemaya si chiude con un’enorme dubbio: tutta questa letteratura, tutta questa filosofia, questa tensione all’eternità, questo rimestare nella danza delle sfere e tentare di accordarsi ad essa, a quali domande dovrebbero fornir risposta?

La risposta, ma non la domanda, viene fornita con la canzone presentata a Sanremo, La Leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Ossia, semplicemente, l’amore eterno. Quanto contano i testi esoterici di fronte all’innamoramento? L’eternità dell’attesa per l’amata, di fronte alle false promesse della pietra filosofale e ai fumi del mercurio? Ad un amore così eterno da modificare la terra? Bellissima ballata al pianoforte e all’arpa, con leggero accompagnamento di archi, orecchiabile quanto basta per essere una hit, dà i brividi e riempie gli occhi di lacrime di fronte alla tragedia consumata dalle crudeli sirene. Avrebbe meritato la vittoria.

L’atto due trasforma i grandi successi di Gazzè, quali Sotto CasaIl Timido UbriacoEderaUna Musica può fareil Solito Sesso,Mentre DormiAtto di forzaTi sembra normale, La Vita com’è, L’ultimo Cielo, in opere sintoniche, grazie ad ottimi arrangiamenti, abbandonando il semplice pop che al cantautore sembra stare tanto stretto: liberando dai vincoli dell’armonia e dell’orecchiabilità, della semplicità compositiva, restituendo la vera anima a melodie che si confondevano nel marasma della musica contemporanea. Sebbene di classe, il pop di Gazzè non è mai stato così libero e sincero come lo è in versione sintonica. Presenti sono delle riedizioni da Maximilian, precedente album del cantautore, definito tronco, non completamente distaccato dal pop, ossia Nulla. Proprio Nulla viene assunta ad elegia dell’amore laddove la leggenda di Cristalda e Pizzomunno ne era l’eterna promessa: e trasmette ciò che era stata concepita per essere, il canto di un cuore infranto. Se soltanto, altro inedito, è composta assieme al fratello, frutto del legame fra i due, ed è stata prodotta durante il tour del 2017 di Alchemaya. Ballata al pianoforte, reale confessione d’amore adulto e delicata allo stesso tempo come una rosa sotto la pelle, sarà il prossimo singolo da Alchemaya (o almeno spero): potente come fu Perdere l’amore, raffinata come solo i grandi cantautori sanno fare. Il finale è un notturno malinconico, un cabaret oscuro.

Un Brivido a Notte è l’ultimo inedito dell’album: un testamento lunare di un uomo stanco narrato sotto il suono di un carillon di una giostra, intonato e sporcato da archi che dissacrano la tranquillità notturna.

Verso un altro immenso cielo, filastrocca che riprende il tema della notte, era l’ultima canzone da Maximilian, un ¾, un valzer divertente e tragico, come in Italia non se vedevano: una canzone dark cabaret alla Dresden Dolls, Gazzé diviene Amanda Palmer e fugge nel mondo vittoriano nella prima parte della canzone. Accordi maggiori e poi diminuiti, in archi e pianoforte, guidano all’ascensione, alla definitiva consacrazione del cantautore come compositore. La musica, eterna regina, è lei a guidare, è lei a definire il mondo: è l’arte a rendere l’uomo tale.

Per qualità compositiva, ricerca culturale, ricchezza dei testi e delle orchestrazioni, Alchemaya non è altro se non un capolavoro. Restare indifferenti risulta impossibile. È  un viaggio dentro al nostro mondo ma anche dentro a Gazzè stesso, che, pur non mettendosi a nudo, non lesina nulla di sé e del proprio, finalmente, libero, talento. Il culmine di una carriera.

Giulia Della Pelle

Alchemaya: Max Gazzè, l’Ermete Trismegisto del ventunesimo secolo

Nulla, guida all’ascolto

Nulla è una canzone che ho scoperto col tempo. Forse inizialmente quella che ho ascoltato meno di Maximilian, per poi riassaporarla e conoscerla col tempo. E gustarla con immensa gioia nella versione sintonica di Alchemaya.

E adesso, ve la racconto.

Nulla è una mirabile costruzione poetica. I soggetti di ogni strofa sono da mettere tutti in relazione con la ripresa.

Nessun pensiero può competere con quello, costante, di averti vista. Così forte e totalizzante, che assedia la mente, penetra, invade e conquista. Una sensazione che tutti abbiamo provato, ma credo mai saputo esprimere con tanta forza. Perchè l’amore sconfina facile nell’ossessione, e diventa violenza. Diventa prigione e gabbia per la mente.

Eppure, è tanto forte il pensiero dell’altro – forte e costante – che nulla vale al suo confronto.

Non le visioni stelle cadenti, che avvolte nel velo della notte come perle, scivolano dentro ai sogni della gente.

Non l’albeggiare amaranto sul mare, non le aurore boreali sull’orizzonte.

Non gli abissi o le spaccature viste dalle altezze di sbuffi di nuvole  (L’Orrido. Il vuoto terrificante di Mostri)

 

Non le idee che persistono anche tra crepiti e schiocchi (forte l’onomatopea)

Non la potenza dirompente di grandine e vento (la forza degli elementi di Quel cerino)

Nulla vale al confronto.

Nulla

Tutto questo, come sempre, è del tutto personale

©EC

 

Confronti – seconda puntata

dinascosto

Seconda puntata di questo percorso, del tutto personale.

Vi propongo tre ascolti. Il tema di fondo è analogo o per lo meno affine, e si riassume nel titolo della prima traccia in ordine di tempo: L’amore pensato (La favola di Adamo ed Eva, 1998). Le altre due sono: Non è più come prima (Ognuno fa quel che gli pare, 2001) e Di nascosto (Raduni, 2005).

Lo sviluppo è simile, l’atmosfera è solo apparentemente più giocosa in L’amore Pensato, che a differenza delle altre due canzoni, ripercorre una storia dai suoi esordi (io nuovo marito, compagno d’altare). Tutte e tre le tracce si snodano per immagini, attingendo dal quotidiano della vita di coppia, che ne è argomento.

Daniela che sfoglia mensili arretrati, caduta all’impiedi da un mio “sono pronto”, urlatole a stento da sotto la doccia. (L’amore pensato)

Il ritratto di me disteso, mentre sparecchi la cena/ è un fotogramma ricorrente, che ti stramazza sul divano sempre… (Non è più come prima)

Il tuo respiro finiva ad imbuto,
e giù sorsi di vino se uscivo un minuto,
però non un fiato…
nessuno ti veda mangiare nuda del dolce avanzato… (Di nascosto)

dinascosto2

 

Lui osserva lei – e il loro rapporto – dall’esterno, sentendosene già escluso, o forse sentendo di non averne mai fatto davvero parte. Sono i problemi di comunicazione che la confidenza di una vita insieme non aiutano a sanare.

perché non me lo hai mai detto
che ti andavo un po’ stretto?
Questo sembrava il mio posto ma sotto sotto… (Di Nascosto)

perché stiamo insieme che cosa ci lega
chi ci pensa nel miele annega… (L’amore pensato)

dipende dai nostri umori
se la casa ci inghiotte
o ci starnuta fuori dalle stanze
come colleghi di lavoro (Non è più come prima)

Anzi la confidenza, e l’affetto, complicano le cose, e costringono a una mancanza di sincerità che non è per forza malafede. È una forma d’amore invece, paura di ferire l’altro, di rompere l’equilibrio, di cambiare, di perdersi.

Ma tu quel difetto di parlare poco
E se io avessi avuto soltanto un sospetto,
però non è tardi per restare insieme:
siamo più grandi vedrai andrà bene.
Da quanto tempo mi guardi attraverso
ed io stupido, perso negli occhi che ho scelto (Di Nascosto)

Un velo di rimpianto per quello che sarebbe potuto essere, intrecciato a una pacifica rassegnazione, come se anche questa felicità imperfetta potesse essere rassicurante. E c’è una promessa di fedeltà:

È la tua bocca che mi manca soprattutto,
tu sei cresciuta come un cuore nel mio petto;
se non avrò più un altro amore come il nostro
io preferisco amarti ancora di nascosto (Di Nascosto)

e una speranza nemmeno troppo velata:

le poche parole lanciate nel mucchio
sassate su specchio che crepan silenzi
o timidi assensi col cenno del capo
e un bacio non dato… l’amore pensato (L’amore pensato)

Ma dall’altra parte non sempre si trova corrispondenza:

E tu fai ancora passi indietro
stringi ancora le gambe al petto, 
e sembri una conchiglia rotta
dopo lo spavento dell’onda
ti difendi come puoi

(tema più volte ripreso e che più volte riprenderemo).

 

E una conclusione che è quasi una filosofia:

L’uomo che ama si dibatte in
un lago salato asciugato dal sole
e non prega ma danza, silenziosa presenza agitata che
nessuna musica nota ci spiega perché un suono è speranza…

 

Quanto precede, naturalmente, è del tutto personale.

 

 

 

 

Il timido ubriaco (guida all’ascolto)

Da: Gadzilla

Macrotema: L’amore pensato

Che dire di questa poesia? Bisogna aver vissuto quello di cui parla, per apprezzarla?

L’errore, una scelta, uno sposo non voluto? Sudato che farebbe schifo a un piede, tapino, villano?

E poi la carezza di una rosa, inattesa, delicata, che arriva da uno sconosciuto che ci incontra e ci sfiora, e ci dice che c’è qualcuno ancora capace di cogliere la nostra bellezza. Ubriaco sì, ma solo d’amore. E di un amore sfortunato e impossibile.

Non è la prima volta che Max affronta l’argomento del “terzo” in una relazione. Come nel “Solito Sesso” (dillo al tuo compagno che ci ha visti stanotte) o in “La nostra vita nuova” (Ora parla al tuo compagno, e digli che l’amore spiega, le cose che la gente nega. Le cose che tutti sanno).

Non c’è speranza alla fine. Nessun irruzione dal fondo della chiesa. Nessuno che scappa dall’altare. Lei si sposerà, domani. Ma quella rosa le darà conforto, e forse coraggio, per decidere di cambiare.

Tutto questo, naturalmente, è del tutto personale.

©EC

Guida alla guida all’Ascolto

Piccola guida alla Guida all’Ascolto, che naturalmente è del tutto personale. In quella che vuole essere quasi un’esegesi delle fonti, ho scelto di raggruppare le canzoni di Max secondo alcuni macrotemi, che considero le costanti della sua poetica.

La mente dell’uomo = i modi di stare al mondo e interagire, attitudini, espressività, emotività. Il Max più introspettivo.

L’amore pensato = La coppia, l’amore, la vita a due, la comunicazione, la complessità dei rapporti. Il Max più sentimentale.

Etereo = La metafisica, l’ermetismo e l’alchimia. Viaggio, esplorazione di conoscenza, cammino di illuminazione dell’anima. Il Max più profondo.

Una musica può fare = Divertimenti, divagazioni, provocazioni, giocare con le parole e con le note. Il Max più popolare

Quanto precede, naturalmente, è del tutto personale.

Elogio alla sublime convivenza (guida all’ascolto)

CD: Tra l’aratro e la radio

Sottotitolo: L’amore pensato

Un’analisi (auto)critica della vita di coppia. Si parte con l’intenzione precisa di aggirare la solitudine, o anche solo la paura della solitudine. Si cerca qualcosa che ci completi, con dedizione e frenesia quasi cieca. Trovato qualcuno, lo si idolatra. Diventa un culto, da praticare con costanza assoluta, a sfiorare la devozione – solo apparentemente devozione altruistica. Presto ci si stanca. La devozione non basta più, e nemmeno l’altro basta più. La solitudine è dietro l’angolo. E se non ci si basta da spoli, soffocante assale l’istinto animale (profano quanto mangiare) di riprodursi. Di qui in avanti, è un rincorrersi di ricerche di stabilità, in giochi di equilibri e calcoli di distanze e brama di riuscire a incastrarsi dentro meccanismi ripetitivi, che rassicurano solo in quanto familiari. E forse tutto questo alla fine serve, perchè quando verranno gli anni dei ricordi, ci troveranno ancora uniti e forti. Forse uniti proprio da tutti gli sforzi fatti nel tentativo di diventarlo. Non è necessario avere vinto la guerra per aver creato un saldo spirito di corpo con i propri commilitoni.

Quanto precede, naturalmente, è del tutto personale.

©EC

Il mistero della polvere (guida all’ascolto)

Cd: Tra l’aratro e la radio

Classe: Etereo

La terra madre, e noi figli. Come in cielo così in terra. Un richiamo che non è solo evangelico. Come in cielo così in terra ci arriva da Ermete e dalla Tavola di Smeraldo. Come sopra come sotto.

Nello sviluppo, la parola Terra ricorre ogni poche strofe, come un’alliterazione.

La canzone è un gioco con picchi di profondità inattesi. Cos’è il mistero della polvere? Un divertimento? Una provocazione? Una critica al nostro dare troppo spazio a problemi inesistenti? O al contrario una ricerca quasi metafisico di quanto è nascosto ai nostri occhi?

E poi, quasi improvviso, un grido d’aiuto, che ritorna a quell’invocazione iniziale. Padre nostro… perchè te ne stai rintanato nei tuoi cieli, e non vieni quaggiù? Forse una delle prime espressioni di fede che Max ha pubblicato. Una fede incerta, minata proprio da questa assenza. Un Dio distante, assente. Ringrazio Dio per gli anni senza un dio… Come se la vera salvezza fosse non credere in niente, per la paura di rimanere delusi.

Conosciamo rotazioni e gravità. Prevediamo pure orbite impossibili. Siamo arrivati molto lontani nello spazio e nel tempo, ma non riusciamo a capire quello che abbia vicino. La terra su cui camminiamo. Il prossimo. La polvere. Dei misteri imperscrutabili, rimane ancora quello della polvere.

Sudiamo, corriamo, ci alziamo e ricadiamo. Molto sforzo da parte di noi figli della terra?

Ma ha un senso? O è soltanto un rincorrersi vorticoso, in circoli viziosi che portano solo ad altre incertezze?

 

Quanto precede, naturalmente, è del tutto personale.

©EC