Il padrone della festa: Fabi, Silvestri e Gazzè tra l’amore per l’ambiente e la musica d’autore

FONTE: www.noteverticali.it

La sincerità di un rapporto di collaborazione traspare ed è ancor più evidente quando, di base, ci sono stima e amicizia reciproche, sentimenti che fanno il paio con il rispetto e l’apprezzamento per la storia e il lavoro altrui. Questa affermazione è tanto più vera, secondo, noi, quanto più la collaborazione investe il campo dell’arte e dell’intrattenimento, dove sono arcinote le gelosie e le invidie che caratterizzano spesso i rapporti tra gli artisti in gioco. Niccolò Fabi, Daniele Silvestri e Max Gazzé sono tra le poche eccezioni che confermano la regola, in quanto incarnano al meglio l’intesa artistica che è prima ancora un’intesa personale: il loro progetto, senz’altro una delle ‘cose’ più belle di questa stagione, stride fortemente con un’aridità di fondo che caratterizza troppo spesso il panorama artistico italiano, dove i duetti e le collaborazioni si contano davvero sulle dita di una mano, e, quando ci sono, magari sono sterile frutto di accordi commerciali che non hanno alcun senso dal punto di vista artistico.

“Il padrone della festa”, il primo disco di questo inedito supertrio, è composto da dodici tracce scritte a sei mani che consegnano al mercato discografico un progetto nato quasi per scherzo e poi consolidatosi sempre di più grazie a un viaggio in Sud Sudan, dove Silvestri e Gazzè sono stati coinvolti da Fabi per le iniziative dell’organizzazione non governativa Medici con l’Africa CUAMM. Il titolo dell’album è originale e strano al tempo stesso, ma rende bene il significato del progetto: quel “padrone” è il pianeta in cui viviamo, l’ambiente, la Madre Terra così ricca di contraddizioni che, se protetta e aiutata, porta ciascun abitante a condividerne le gioie e, quindi, a fare festa.

Dei dodici brani dell’album, due sono già stati resi noti nei mesi precedenti. Della prima, “Life is sweet”, uscita già come singolo nella scorsa primavera, si sa già tutto: è un inno alla vita, che porta in sé un invito a godere delle meraviglie che ciascuno può assaporare e far proprie di giorno in giorno. Musicalmente parlando, la canzone racchiude al meglio lo stile dei tre artisti. La strofa iniziale, cantata da Gazzé e da Fabi, ci sembra vestita dallo stile e dall’impronta del primo:

Disteso sul fianco passo il tempo, passo il tempo
fra intervalli di vento e terra rossa.
Cambiando cambiando prospettive
cerco di capire il verso giusto,
il giusto slancio per ripartire.

mentre il contributo quasi rappato di Silvestri arriva alla terza strofa, a riportare l’impianto narrativo su una componente quasi più realistica:

Ma tutti insieme siamo tanti, siamo distanti
siamo fragili macchine che non osano andare più avanti
siamo vicini ma completamente fermi
siamo famosi istanti divenuti eterni
E continuare per questi pochi chilometri sempre pieni di ostacoli
e baratri da oltrepassare sapendo già
che fra un attimo ci dovremo di nuovo fermare

Il refrain poi è affidato a tutte e tre le voci:

Da qui passeranno tutti o non passerà nessuno
Con le scarpe nelle mani, in fila ad uno ad uno
Da qui passeranno tutti fino a quando c’è qualcuno
perché l’ultimo che passa vale come il primo
Life is sweet!

Con “L’amore non esiste” si passa invece all’intimismo. La canzone, già uscita come singolo a fine agosto, si configura come un monologo a voce alta, dove ci si confronta tra un ‘io pessimista’, che vuole uccidere ogni speranza sui sentimenti:

L’amore non esiste è un cliché di situazioni
tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie
finché il muro di parole che hanno eretto
resterà ancora fra loro a rovinare tutto
L’amore non esiste è l’effetto prorompente
di dottrine moraliste sulle voglie della gente
è il più comodo rimedio alla paura
di non essere capaci a rimanere soli

e un ‘io ottimista’, che invece vuole far valere la propria esperienza come perfetta eccezione:

Ma esistiamo io e te
e la nostra ribellione alla statistica
un abbraccio per proteggerci dal vento
l’illusione di competere col tempo
Io non ho la religiosa accettazione della fine
potessimo trovare altri sinonimi del bene
l’amore non esiste, esistiamo io e te

Testo (che bella l’immagine di una coppia come “ribellione alla statistica”…) e musica si integrano perfettamente in una sintesi che è poi il senso di una bella storia d’amore, fatta di dubbi e di certezze che spazzano i primi, nell’idea di essere ‘altro’ rispetto al resto.

Passando invece al disco, l’apertura è per “Alzo le mani”, una ballata delicata e intima che invita ad ‘arrendersi’ ai suoni di ogni giorno, dal rumore della pioggia nel pomeriggio, alle cicale che cantano in un campeggio, al telefono che ci preannuncia una voce amica, al silenzio che si respira nella neve.

Io non suonerò mai così.
Posso giocare, intrattenere,
far tornare il buonumore o lacrimare.
Ma non suonerò mai così.
Non è solo cosa diversa,
è una battaglia persa: alzo le mani.

E’ una lode laica alla quotidianità, e alla varietà delle emozioni che ci regala. E già ci fa capire che questo è un disco anomalo, almeno dal punto di vista commerciale. Non quindi un occhieggiare a suoni e refrain accattivanti per fare cassa, ma piuttosto un voler dare spazio a tematiche che ciascuno dei tre artisti, o che il nuovo artista che è loro sintesi, ha più a cuore.

Ecco perciò “Canzone di Anna”, brano cantato dal solo Fabi – che ne è anche l’autore – dedicato a una persona forse reale, forse immaginata. Una persona anonima (“Anna con il suo nome che in tanti hanno cantato già” richiama inevitabilmente “Anna come sono tante…” con cui Lucio Dalla iniziava la sua “Anna e Marco”) ma anche matura, sensibile e sola, che “si chiude in bagno quando a cena parlano di libertà” e che “domanda agli altri tutto quello che non sa”.  Il brano è una perfetta sintesi tra melodia e testo, con la presenza di Paolo Fresu, che con la sua tromba disegna un’intensa iperbole di note, malinconica e viva al tempo stesso. Dice Fabi in proposito: “Qui all’inizio volevo fare are You going with me di Pat Metheny…! Poi ho accelerato, ci ho messo un po’ di Joao Gilberto e un po’ di scuola romana delle origini con qualche accordo in piú… Poi Anna non a caso.. Anna come sono tante… nome usato e riusato cosí da non permettere che nessuna lo potesse sentire in esclusiva…chiaramente due o tre amiche mie le avevo in testa, magari lo sanno, magari glielo diranno… A un certo punto le parole finiscono arriva Paolo Fresu e la storia ricomincia… E mentre la musica sfuma tutto si fa in bianco e nero come la televisione degli anni sessanta”.

In “Arsenico”, invece, siamo alle prese con la canzone probabilmente più ostica del disco. La penna è quella di Gazzè, voce solista. Il brano parla di un abbandono, e la voce solista si accompagna ai fiati che ne segnano lo stile, grave e serioso:

Sai,
fossi il Dio del tempo
Io lo inchioderei
Proprio nel momento in cui tu
Vestita di tempesta
Non ti ho vista più

E’ la traccia più ostica anche perché è l’unica davvero ‘pessimista’: non vorremmo azzardarci a dire che sia addirittura fuori luogo nel contesto del disco, certamente per lei prevediamo una tiepida accoglienza nelle esecuzioni live.

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Con “Spigolo tondo” prende spazio invece Silvestri, e non solo perché esordisce nella strofa iniziale:

Una frase libera semi cromatica
cambia il colore del mondo
La visione comica di una piramide
rende lo spigolo tondo
L’espressione empirica di una catastrofe
non dura più di un momento
La visione comica di una tragedia
fa risparmiare del tempo

Il testo è fatto di immagini costruite ad arte, che rimandano a una visione in cui la realtà va esplorata a fondo per non cadere nella superficialità della prima impressione. Fabi e Gazzè entrano in scena più avanti, nel refrain. E cantano quanto la natura abbia leggi complesse, e sicuramente non angoli retti, e che basti fermarsi un momento per apprezzarne l’unicità e la meraviglia. Lo stile, come anticipavamo, è tutto ‘silvestriano’, e l’arrangiamento, che spazia al ‘sudamericaneggiante’, ricorda altri suoi brani del passato, primo fra tutti “Il mio nemico”.

Come mi pare” è forse la canzone musicalmente più orecchiabile della raccolta e, azzardiamo, probabilmente sarà il terzo singolo estratto dal disco. Il testo offre una visione contrapposta tra due parti, quasi come se fossero due facce di una stessa medaglia, e figlie della contraddizione che fa parte della vita di chiunque. Nella prima, si fissano un po’ di ‘paletti’ sulla volontà di fare qualcosa e l’invito ad essere preparati a farlo, per le conseguenze che ogni azione, inevitabilmente, comporta:

Chi vuole scrivere impari prima a leggere
chi vuole suonare prima deve imparare ad ascoltare
chi vuole ridere impari prima a piangere
chi vuol capire prima deve riuscire a domandare
chi vuole vincere impari prima a perdere
chi vuol tenere prima deve sapere cosa lasciare
chi vuole insistere impari prima a cedere
chi vuole amare prima deve imparare a rinunciare

mentre la seconda è una sorta di inno alla libertà assoluta:

io so inventare so improvvisare
senza regole né strutture
faccio come mi pare
come mi pare
so immaginare una storia intera senza solo una parola vera
faccio come mi pare
come mi pare

Giovanni sulla terra” è un’altra creatura la cui paternità è assegnata a Fabi. Come Anna, è ancora il ritratto di un uomo qualunque, anonimo, nascosto, uno tra tanti, ma vivo e ricco della propria dignità:

Giovanni ha un codice a barre tatuato sul braccio
E si domanda che prezzo avrà
Rimanere se stesso
Lo spinge la propria vita in salita per ore
E ha paura che il proprio sudore
Sia lo sforzo di un fesso
La cima appare sempre un po’ più in su
E il sole brucia chi sta fermo, di più

Un ‘working class hero’ dei nostri tempi, che paga puntualmente le tasse, esce di casa quando i figli dormono ancora, e al rientro, li trova nuovamente addormentati. Così Fabi a proposito del brano: “Nasce tutto da un compleanno e i suoi regali, da un dulcimer e un blue sky, da echi di Joni Mitchell e Bernardo Lanzetti, e da uomini che lottano ogni giorno per andare avanti sulla propria strada, perchè il sole brucia chi sta fermo…

In questo stesso filone rientra anche “Il Dio delle piccole cose”, splendida poesia laica cantata da Max Gazzè, che la cofirma con l’autore Gae Capitano, vincitore del Premio Lunezia 2012. Il titolo del brano è solo casualmente, forse, lo stesso di un romanzo della scrittrice Arundhati Roy che racconta un amore non convenzionale nell’India degli anni ’60. Qui l’atmosfera è delicata e rarefatta, e le immagini sono evocative e commoventi:

Il Dio delle piccole cose aspetta la fine del cammino
Con un sacco sgualcito dal tempo di un piccolo inchino
Chissà se ci ridà indietro le vite che abbiamo in sospeso
Io credo sia questo l’inferno e il paradiso.

L’avversario” è invece senz’altro un episodio più leggero, dove con un ritmo incalzante le voci di Fabi e Gazzè si sfidano ironicamente a colpi verbali, mentre Silvestri fa da speaker. I contendenti della sfida a cui fa riferimento il brano possono essere sportivi o politici, ma sono sicuramente mediatici, e riportano alla mente i tanti scontri che hanno pieno diritto di cittadinanza nella società di oggi:

Faccio spesso le tue veci
io le feci e tu lo sai
come due migliori amici
che non saremo mai  

NoteVerticali.it_FabiSilvestriGazze_Il padrone della festaTocca poi a “Zona Cesarini”, e qui l’intimismo si riappropria dell’ascolto. Silvestri sale in cattedra, e confeziona una canzone d’amore minimal, quasi una filastrocca, piacevole e simpatica:

solo all’ultimo, soltanto all’ultimo
provo a combattere e riesco a vincere
mi metto in salvo io in zona Cesarini
ma è perchè sei tu che mi perdoni
e niente di più

Conclusione per “Il padrone della festa”, la title track, un brano tutt’altro che leggero. Il testo parla di presente e futuro, e ha un esordio a dir poco spiazzante ma perfettamente condivisibile:

Voglio che le cariche importanti
dove si decide per il mondo
vengano assegnate solo a donne madri di figli.

Sarei così curioso di vedere
se all’interno delle loro decisioni
riuscirebbero a scordarsi il loro futuro

E’ forte l’attenzione per le azioni da fare oggi, nell’immediato, per salvare il pianeta:

”ambiente” non è solo un’atmosfera,
una rogna nelle mani di chi resta
e il sasso su cui poggia il nostro culo
è il padrone della festa.

E sta all’uomo decidere se continuare a “festeggiare” o se, invece, spegnere le luci e dire addio a se stesso e al mondo, un esito che pare inevitabile se si continua a nascondere la testa dinanzi ai problemi e a lasciare le proprie radici perse in aria.
L’invito è esteso a tutti, indistintamente, perché

ciò che ti riguarda mi riguarda,
come ciò che lo riguarda,
ti riguarda.

E allora, considerando che “siamo ammanettati tutti insieme alla stessa bomba”, l’unica strada da percorrere è questa:

Ora per ora per ora, un passo alla volta
uno per uno per uno fino alla svolta

In conclusione, “Il padrone della festa” non delude certamente le attese, tutt’altro. Si tratta di un album ricco di contenuti, che, senza indugiare nel sensazionalismo della particolarità rappresentata dall’unione di tre artisti, genera parole e suoni che lasciano più di una traccia, e che meritano senza dubbio ascolti successivi. Un esperimento sicuramente ben riuscito, capace di coagulare tre creatività vicine ma diverse, tre mondi che si toccano e che insieme riescono a trovare una sintesi più che accettabile. “Il Dio delle piccole cose”, “Giovanni sulla terra” e “Spigolo tondo” sono a nostro parere gli episodi migliori del disco, che offre a chi ascolta uno spaccato di vita e un invito da raccogliere, quello di aver cura degli altri ma anche dell’ambiente che ci circonda, che poi è il titolare di ogni nostro respiro. Il padrone della festa, appunto.

Dopo le presentazioni del disco nelle principali librerie Feltrinelli italiane, Fabi, Gazzè e Silvestri saranno in tour fino a dicembre, con date che toccheranno l’Europa ma anche il nostro paese: debutto il 26 settembre a Colonia, poi Berlino, Parigi, Londra, Bruxelles, Lussemburgo, Amsterdam, Valencia, Madrid e Barcellona, quindi Rimini, e poi via via altre città, tra cui Roma, Firenze, Napoli e Torino.

 

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Fabi-Silvestri-Gazzè: ‘Il padrone della festa’ è qualcosa di epocale

Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/

 

C’è un rischio che incombe sull’intero sistema culturale italiano e sulla musica d’autore in particolare: non valutare ciò che sta accadendo negli eventi live del trio FabiSilvestriGazzè per ciò che realmente è: un sodalizio prezioso e una tournée epocale. Letteralmente epocale.

Dopo il disco di inediti Il padrone della festa, uscito lo scorso settembre, si susseguono i sold-out delle prime date – Pescara, le due date di Roma, Modena e chissà quanti a venire –, per un tour in cui questi arzilli quarantacinquenni ci stanno dimostrando che la canzone di qualità ha un seguito molto più ampio di quello che ci si aspetterebbe.

Ma andiamo con ordine. Il punto è questo: i tre fanno parte di quella che alcuni chiamano la terza generazione della canzone d’autore italiana, cioè quella che ha iniziato la carriera negli anni Novanta, che viene dopo i cantautori degli anni Sessanta e dei Settanta (non capisco mai perché si ometta sistematicamente la generazione nata artisticamente negli anni Ottanta, periodo a mio avviso d’avanguardia per il genere in esame, ma tant’è). L’idea diffusa in Italia però è che niente sarà mai come prima per la canzone d’autore, e che i cantautori del periodo aureo (De André,Guccini per capirci) erano maggiormente seguiti perché c’era nel pubblico più predisposizione all’ascolto, i gusti non erano imbarbariti dalla televisione, la stessa televisione non dettava legge coi talent.

Perciò, per quest’opinione vigente, il meglio è passato, è stato bello e non tornerà.
Proprio per questo, il tour dei tre cantautori romani è epocale: oltre quindicimila persone in pochi giorni, per canzoni che richiedono un ascolto differente rispetto a quelle di Emma Marrone – non è un giudizio di merito: sono proprio mestieri diversi –; allora non è vero che oggi c’è meno predisposizione all’ascolto e non è vero che i gusti sono imbarbariti.

L’album, bisogna dirlo subito, è composto da belle canzoni (alcune davvero molto belle, come Giovanni sulla terra, Il padrone della festa o Come mi pare), con ottimo gusto dell’arrangiamento, che vengono percepite immediatamente come “diverse”: non ti aggrediscono ruffianamente, non cercano empatia sdolcinata. Coerentemente con la poetica di Fabi, Silvestri e Gazzè, richiedono la giusta attenzione e promettono la ricompensa di un bene nascosto. Promettono e mantengono.

Al concerto si respira, ed è quasi palpabile, il coinvolgimentospeculare degli estimatori dei tre cantautori. Si ha la sensazione che le fortune per questo progetto stiano montando giorno dopo giorno, che l’entusiasmo stia crescendo a ogni data; che la gente incuriosita, ascoltando le canzoni del disco, rimanga piacevolmente colpita in maniera sistematica. La delicatezza e il buon gusto del disco fa rima con l’atmosfera del live e le vecchie canzoni dei tre confermano la sensazione di una poetica di qualità. Tutto è al proprio posto.

E allora vien da pensare che la canzone d’autore non se ne sia mai andata e che il pubblico, in fondo, sia molto meno indirizzabile di quello che ci vogliono far credere. Fabi non farà forse mai i numeri di Ligabue; Silvestri della Pausini; Gazzè di Vasco. Ma le canzoni arrivano, precise e puntuali per come devono arrivare. Aprono e chiudono i loro doppifondi, lavorano ai fianchi e descrivono in maniera esclusiva ciò ch’è nascosto. E ci chiedono di più di un ascolto superficiale per un’emozione da fan epidermica e scontata. Ci chiedono, in definitiva, di essere vivi.

Ascoltate questo album. Ma ascoltatelo davvero…

Fabi, Silvestri, Gazzè: Il padrone della festa

26 – SETTEMBRE – 2014

Ascoltate questo album. Ma ascoltatelo davvero. Fate come faceva la gente un tempo: prendeva un disco, uno di quei magnifici vecchi padelloni di vinile nero, lo metteva sul piatto del giradischi, prendeva una sedie abilmente sistemata in maniera equidistante dalle casse dello stereo e stava lì, seduto, per quei trenta quaranta minuti che l’ascolto del disco richiedeva. Ascoltate questo album, non lasciatelo scorrere tra le vostre orecchie come se fosse un album qualsiasi. Perché non lo è. Ve ne accorgerete, canzone dopo canzone, melodia dopo melodia. E non perché è il frutto del lavoro di tre grandi artisti che mettono insieme la loro profonda amicizia, non perché è il risultato della nascita di un “supergruppo” ideato da tre star della musica italiana, non perché la loro unione fa notizia, sensazione. No. Questo album è fatto di grandi e belle canzoni, di melodie da non dimenticare, di parole da portare dentro al cuore, di armonie che ascolto dopo ascolto fanno piazza pulita di tanti, troppi equivoci, di tanta, troppa noia, di tante, troppe ovvietà.

Non c’è altro che la musica e le canzoni, non c’è altro che la voglia di parlare, comunicare, cantare, suonare, mettersi in giorno. Non c’è l’ansia del successo, non c’è la competizione tra i tre per mettersi in mostra agli occhi del pubblico o fra loro stessi. C’è la musica e ci sono le canzoni. Canzoni che prendono corpo pian piano, tra le pieghe di una voce e quelle di un’altra, senza mai negare una singola personalità, senza mai dimenticare l’amalgama, opera magnificamente collettiva in un mondo in cui l’individualismo è la regola. Ci sono la musica e le canzoni, che non sono cose da buttar via, da usare e gettare in un angolo come un fazzolettino di carta, ma tasselli importanti della nostra vita, specchi e fotografie, ritratti e istantanee, nei quali ognuno di noi più guardare e guardarsi, riconoscere e riconoscersi, come solo con le grandi canzoni si può e si deve fare. Ci sono la musica e le canzoni in un Italia, quella del 2014, che sembra non volere più guardarsi attorno, che non sembra avere speranze e sogni, canzoni e musica delle quali abbiamo bisogno, delle quali non possiamo fare a meno. Divertimento, passione, sentimento, dolore, allegria, ironia, forza, creatività: ogni brano è frutto dei desideri e dei sogni di ognuno dei tre, in ogni canzone è possibile riconoscere il mondo dei singoli autori e al tempo stesso vedere la tessitura più grande, lo scenario completo, quello in cui tutto s’intreccia, diventa diverso, più grande, più ricco, più completo, più bello. Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri hanno, forse incautamente, pensato che valesse la pena mettersi in gioco, confrontarsi, unirsi, legarsi, magari solo per un po’, solo per vedere dove si può arrivare insieme. E non c’è dubbio che siano riusciti a creare qualcosa che, se ascoltata con l’attenzione che merita, potrebbe, come fanno le opere d’arte importanti, rendere la nostra vita migliore. Anche se solo per qualche minuto.

via Media-Trek.

Musica e sorrisi: note dolcissime per Fabi e il ricordo di Olivia

C’è da camminare sotto un cielo strano metà sole a picco e metà nuvole nere gonfissime. Da camminare tra sbuffi di vento che scompigliano i pensieri e i capelli. Camminare assieme a migliaia d’altri, freakettoni e punk, ragazzette coi tacchi alti improbabili e famigliole post rock, tra gli hooligani del piercing e della svisata e i devotissimi fan di Baglioni, Jovanotti e vattelapesca. Un serpentone colorato che s’inerpica, cerca parcheggio, chiede indicazioni ai vigili che s’affannano con le palette. «Di qua, di là». Roma non è così distante ma sembra un altro pianeta mentre le lucertole si nascondono ad ogni «grattata» di chitare elettriche, ad ogni decibel di troppo. La musica, adesso, è vicinissima. A un passo. Un altro passo per Lulùbella, nel nome di Lulù.

Il palco è al centro di un prato gigantesco, Woodstock de ‘noantri. E quando arrivi alla festa di Lulùbella che ieri avrebbe compiuto due anni, lo capisci perché i suoi genitori hanno voluto tutto questo. E proprio qui, nella valle del Treja dove l’aria sa di erba, cascate e cavalli, dove il cielo si vede per intero, quasi convesso, piegato su questa bella gente che sorride. Sorride anche Niccolò Fabi, stremato, coi capelli più bianchi. Dicono che certi dolori tolgano le parole, le cristallizzino dentro, le trasformino in cocci di vetro spessi, acuminati.

Niccolò ha messo le ali alle parole, le ha fatte volare come palloncini, farfalle, stelle filanti, coriandoli fosforescenti. Il 4 luglio Olivia, detta Lulùbella, se n’è andata per una meningite fulminante. «Non condividere una tragedia come quella che ci è accaduta rende pazzi. Io sono fortunato – racconta Fabi – ho il conforto della musica, dei miei amici, di tutti voi». Il prato si riempie. Passano le ore e si riempie di facce, sandali, pagliette, cani. Ed è un fiume pacifico. Lulù ha ora le orecchie calde di un bambino che corre mentre Roy Paci soffia dentro la tromba, Lulù balla assieme a Paolo Belli e Marina Rei, canta con la voce profonda di Fiorella Mannoia, Elisa e Cristina Donà, sorride col sorriso obliquo di Samuele Bersani e Max Gazzè, gioca con la chitarra come Daniele Silvestri e Manuel Agnelli.

Le parole per dirlo sono apparecchiate tra il palco e un agriturismo nella valle di Treja, luogo perfetto. «Un posto di pace. Quando ci siamo rifugiati qui mi è sembrato tutto più sopportabile», dice Niccolò. «C’è un grande prato verde, dove nascono speranze», ecco. Eccolo qui. Arrivano Morandi, Baglioni. Ci sono tutti per il compleanno di Lulùbella. Tutti. Un tam-tam lieve diventato un rombo, un filo rosso d’amore grande come un’onda, un’onda che si trasforma in mare calmo, finalmente. Arrivano ancora, adesso che il sole è tramontato. Vien voglia di cantare un vecchio pezzo del Banco: «Da qui messere si domina la valle. Ciò che si vede è». Ciò che si vede è una moltitudine pacifica e un po’ commossa, a tratti. Un concertone senza steccati, senza scaletta dove s’improvvisano session irripetibili e la gente si abbraccia, come se abbracciasse Niccolò e Shirin Amini, la mamma di Lulùbella. Festa niente affatto mesta, però, dove non c’è spazio per la paura e il dolore ha forme gentili, morbide. Una nostalgia più che un morso al cuore, una tenerezza ora che il cielo si fa nero. Una malinconia e un motivo importante per sopravvivere. Sessantamila euro di speranza da raccogliere, da donare all’ospedale di Chiulo, unica struttura della provincia del Kunene, sud dell’Angola.

Qui, ogni 1.000 nati 17 madri muoiono dando alla luce i loro figli e 26 bambini su 100 non arrivano ai 5 anni di età. Per questo pezzo di mondo lontano si canta stanotte e si usano le Parole di Lulù. «Perché Parole che fanno bene – spiega Niccolò – era la sua canzone preferita». E le parole scaldano i pensieri, fanno raccontare storie che diventano ninne-nanne elettriche, accendono la luce, accendono gli amplificatori, sparano al vento elettricità e note. Una cascata di note. Parole lanciate «nel mare con un motivo ed un salvagente che semplicemente fa il suo dovere, una parola che non affonda che magari genera un’onda che increspa il piattume e lava il letame».

Arrivano ancora e ancora: Jovanotti, Boosta, Rita Marcotulli, Tosca, Alberto Fortis, Enrico Ruggeri, Neri Marcorè. Arrivano nel nome di Lulù e delle Lulù d’Africa che non hanno mai visto tanti palloncini salire così in alto, fino alla luna. È una festa dove se scappa una furtiva lacrima se la beve la terra. Attesa e inaspettata come quella canzone di Fabi che ronza in testa, quel presagio terribile: «Devi toglierti dal centro, devi farti spazio dentro e poi dividere l’inutile da ciò che è necessario». Ciò che è necessario sono parole, stanotte. Parole d’amore. Che luccicano.

http://www.unita.it/culture/musica-e-sorrisi-note-dolcissime-per-fabi-e-il-ricordo-di-olivia-1.160481

«La Woodstock di Fabi? Prova di libertà e speranza»

«Parole di Lulù», il concerto – evento svoltosi nelle campagne di Mazzano romano lunedì sera per celebrare quello che avrebbe dovuto essere il secondo compleanno della figlia di Niccolò Fabi scomparsa il 2 luglio, ha richiamato almeno diecimila persone nel suggestivo scenario della valle del Treja. Sul palco si sono alternati oltre cinquanta artisti, fra i quali Claudio Baglioni, Jovanotti, Enrico Ruggeri, Manuel Agnelli degli Afterhours, Elisa, Franco Mussida, Samuel e Boosta dei Subsonica, tutti intervenuti gratuitamente per stringersi attorno a Fabi e alla compagna Shirin e promuovere la raccolta fondi volontaria (il concerto era gratuito) destinata a un ospedale pediatrico in Angola.

Un evento apparentemente impossibile da metter su dal nulla nel giro di due settimane e con un cast che nessun concerto, neanche quelli del Primo Maggio, ha mai visto in Italia. Eppure è successo ed è stato splendido, grazie alla volontà e al trasporto con cui tutti (artisti, tecnici, organizzatori, pubblico) hanno aderito all’idea. Certo, dietro a tutto c’era la commozione e la partecipazione sincera a un dolore terribile inflitto dal destino a un uomo e ad un artista stimato e benvoluto da tutti come Niccolò Fabi, il desiderio di aiutare lui e la sua compagna Shirin a superare in qualche modo questo terribile momento. Ma il concerto dimostra anche un’altra cosa: se c’è una forte motivazione condivisa si possono superare tutti gli ostacoli e fare cose che non si pensava di poter fare. Ne abbiamo parlato con Manuel Agnelli, che dell’argomento è pratico, avendo inventato dal nulla, nei primi anni duemila, un festival itinerante come il «Tora! Tora!» con il meglio della scena alternativa italiana.

Nato fra lo scetticismo generale, quel festival ha invece lasciato il suo segno, andando avanti per diverse edizioni.

«Certo – risponde Agnelli – anche allora fu una scommessa, anche se non mi sento di paragonare il “Tora! Tora!” con l’iniziativa di Fabi, per ovvi motivi. La cosa che hanno in comune è certamente quella volontà che può farti superare davvero ogni ostacolo, ma bisogna avere degli obiettivi quasi presuntuosi, superare l’idea che non conviene farle. In questo Paese, afflitto da troppa pigrizia mentale, dove tutto appare macchinoso e difficile, sono cose che danno speranza. Oggi è importante pensare in grande anche agendo in piccolo e a livello individuale, sapendo però che è un percorso, non una cosa immediata. Ci scappano un sacco di soluzioni perché ci vuole troppo tempo a realizzarle, quando invece potrebbero essere quelle giuste. Col “Tora! Tora!” non abbiamo cambiato nulla, ma abbiamo dimostrato che le cose te le puoi fare da solo e farle bene. Si può seminare molto con l’inziativa personale».

Cosa pensi della straordinaria partecipazione di pubblico che c’è stata?

«Credo che dimostri quanto ci sia bisogno di momenti di aggregazione libera. Riabituare la gente ad uscire di casa, a confrontarsi, a ritrovarsi, a discutere direttamente delle cose, oggi è la cosa più importante e occaqsioni come questa lo dimostrano. C’è una evidente necessità di risensibilizzare le persone. Sembra una banalità, ma si costituisce qualcosa che è molto concreto, diversamente dall’opinionismo fatto ognuno a casa sua, magari su una tastiera di computer, che ci dà un’illusione di democrazia e libertà d’espressione ma in realtà ci rende innocui perché se rimani a casa sei un’entità astratta, virtuale. Secondo me questo ritirarsi in casa ha giocato molto anche nel ribilanciare la nostra società permettendo una libertà apparente ma non completamente democratica».

Sembra che Fabi voglia far diventare questo un appuntamento fisso… cosa ne pensi?

«La cosa nasce con degli obiettivi molto netti e chiari: se riusciranno a farlo potrebbe essere davvero fantastico, almeno per le prime edizioni. Poi lo sappiamo, è difficile tenere le cose inalterate a lungo, ma va considerato che le motivazioni e le finalità sono incorruttibili e Niccolò è certamente il guardiano migliore possibile per un progetto del genere».

http://www.unita.it/culture/laquo-la-woodstock-di-fabi-prova-di-libert-agrave-e-speranza-raquo-1.160497/comments-7.243632

Cronaca di un giorno incredibile

Perdere una figlia a soli due anni è una tragedia assoluta, un dolore che non si consola con niente. Ma il calore, la vicinanza, l’abbraccio senza parole delle persone care, degli amici, della gente, può aiutare a portare il peso.

L’altra sera a condividere in qualche modo il loro dolore per la perdita della figlia Olivia, Niccolò Fabi e sua moglie Shirin hanno trovato l’abbraccio di tanti amici artisti e di migliaia di persone (la cifra ondeggia, a seconda delle valutazioni, fra le 10 e le 20mila) accorse in un angolo di paradiso alle porte di Roma, vicino alle cascate di Montegelato, per stringersi con affetto attorno alla famiglia del cantautore romano.

Una festa di compleanno (Olivia, da tutti chiamata Lulù, era nata proprio il 30 agosto) e di commiato, un modo per elaborare collettivamente un lutto che ha colpito tutti nella sua drammatica ingiustizia. La lunga giornata di musica, organizzata perfettamente in pochi giorni con l’apporto volontario e gratuito di moltissima gente, ha il sapore di un piccolo miracolo anche per il livello del cast, che vede insieme Baglioni, Jovanotti, Elisa, Manuel Agnelli, Cristina Donà, Samuel e Boosta dei Subsonica, Enrico Ruggeri, Alberto Fortis, Teresa De Sio, Roy Paci, Gianni Morandi, Simone Cristicchi, i Velvet, Samuele Bersani, Fiorella Mannoia, Daniele Silvestri, Alex Britti, Paola Turci, Max Gazzè, Roberto Angelini, Marina Rei, Luca Barbarossa e Neri Marcorè, Syria e tantissimi altri.

Molti degli artisti presenti sono impegnati nei rispettivi tour estivi e per esserci hanno viaggiato per centinaia di chilometri, pronti a rifarlo il giorno dopo. Già dalle tre di pomeriggio, di fronte al primo migliaio di persone, si è suonato e si è andati avanti fino alle due di notte. Nel cielo volavano palloncini colorati regalati a chi faceva un’offerta per la ristrutturazione dell’Ospedale Pediatrico di Chiulo in Angola. Dalla sua tragedia personale Niccolò ha voluto che nascesse qualcosa di positivo e tutti gli incassi di questo concerto, andranno per aiutare altri bambini.

“In Africa quel che è successo a me avviene ogni giorno” è la riflessione dalla quale la grande sensibilità umana di Fabi è partita per ideare questo appuntamento. La morte si è presa Lulù, stroncata da una meningite fulminante prima di questo suo secondo compleanno, ma nel conto complessivo alla fine la morte ci avrà rimesso, altre vite che le erano destinate le saranno sottratte grazie a questo concerto. E’ stato quasi incredibile vedere tutti questi artisti insieme e ascoltare la loro musica perfettamente, nonostante nessuno abbia potuto provare prima di salire sul palco. Eppure è sembrato tutto così naturale, così facile. I complessi problemi tecnici che una kermesse di questo genere comporta si sciolgono d’incanto, grazie alla professionalità dei tecnici, ma anche in virtù di un’atmosfera positiva e solidale, che sembra cancellare ogni difficoltà.

Così “The Power of Love” dei Frankie Goes to Hollywood, che Samuel canta in una struggente versione acustica accompagnato dagli archi dello Gnù Quartet (complice, nel corso della serata, anche di altri artisti) sembra davvero la canzone perfetta per descrivere questo evento. Il fatto che tutto sia stato realizzato interamente in due settimane e che abbia visto la partecipazione di così tanti artisti di primo piano ha, in effetti, il sapore di un piccolo miracolo. Anche la forte condivisione umana che si respira nel backstage va ben oltre quella normalmente possibile in altre occasioni in cui sono presenti molti artisti come il concerto del Primo Maggio.

Tutti vivono la cosa con grande intensità e partecipazione, come sottolinea Roy Paci: “Dopo tanti anni finalmente una situazione con moltissimi artisti diversi dove si vive un’atmosfera veramente serena e condivisa. Vedere questo spirito, in questo posto meraviglioso, mi fa sperare che questa iniziativa possa ripetersi in futuro”. Circondato da tanto affetto Niccolò arriva a definirsi dal palco “un uomo fortunato” ma si rifiuta di commentare la serata, conscio del fatto che nessuna parola, in questo momento, potrebbe dire di più di quel che tutti stanno vivendo; sarebbe solo retorica, circostanza.

Anche fare la cronaca dei tanti interventi musicali sarebbe riduttivo, perché la giornata di ieri il suo senso lo ha trovato nell’insieme. Poi certo, ascoltare Barbarossa e Marcorè che cantavano “Senza Fini” ha divertito tutti, tutti hanno cantato in coro una emozionante versione acustica di “Avrai” che Claudio Baglioni scrisse proprio per suo figlio e la stessa emozione è corsa fra le fila del pubblico ascoltando Jovanotti che interpretava “A te”; certo “Pelle” degli Afterhours per voce e archi ha regalato altri brividi, ma tutti gli artisti che sono stati su quel palco hanno messo il cuore in quel che facevano e le emozioni sono arrivate tutte, con il clou raggiunto a tarda notte con il conclusivo intervento di Fabi insieme a molti degli artisti presenti.

“Vento d’estate” in una splendida versione corale, ha concluso la serata, soffiando idealmente sulle due candeline di Lulù con la promessa che avrà altre feste di compleanno come questa e che la sua piccola vita perduta si moltiplicherà in quelle di tanti altri bambini, sottraendoli a stenti e malattie. E scusate se è poco, per una bambina di neanche due anni.

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