Alchemaya: Max Gazzè, l’Ermete Trismegisto del ventunesimo secolo

Di Giulia DellaPelle

Fonte: https://www.insidemusic.it/alchemaya-max-gazze-recensione/

Max Gazzè, uno dei più dotati cantautori italiani contemporanei, ha da poco pubblicato Alchemaya, ultima fatica, contenente anche il brano presentato a Sanremo, La leggenda di Cristalda e Pizzomunno.

Si tratta di un doppio CD, per un totale di 27 brani: un’opera mastodontica.

Gazzè ha definito il suo album un’opera “sintonica”, in quanto la commistione di elementi sintetici e di musica classica è l’elemento portante. Operazione già ampiamente documentata e spesso svolta, con risultati più o meno felici: Synthesis degli Evanescence, il live di Battiato intitolato Un soffio al cuore di natura elettrica del 2005, numerose opere post rock quali ad esempio Raise your skinny fists like antennas to Heaven dei Godspeed you! Black Emperor, Helios/Erebus dei God is an Astronaut, gran parte della discografia dell’islandese Valgeir Sigurðsson e del compositore Philip Glass; certo, è indubbiamente la prima volta che un tale esperimento viene tentato in Italia, con tanto di materiale inedito, paese storicamente diffidente alle commistioni e alla complicatezza concettuale. Inoltre, la componente progressive, non nella realizzazione, ma nella genesi dell’opera, è sicuramente stata fondamentale.

Alchemaya è, prima di tutto, un viaggio: un viaggio nell’escatologia che parte dall’origine, dall’ombelico della civiltà, ripercorso tramite le leggende di coloro che furono prima di noi: potrebbe essere la colonna sonora di un codice alchemico del Rinascimento, della vita di uno studioso della pietra filosofale. Un Codex Gigas della civiltà moderna (viste anche le dimensioni monumentali dell’opera).

Alchemaya è teogonia e cosmogonia, la sua essenza sottende il creato come lo conosciamo: tale compito è svolto riportando la musica, spesso semplice strumento economico dato in mano a donzelline e gaglioffini che non la meritano, alla sua origine, alle sue particelle elementari, seguendo le regole immutabili, universali ed imperiture, della meccanica quantistica musicale. Da lidi e tempi lontani arrivano anche gli interpreti di Alchemaya: i cinquanta musicisti della Bohemian Orchestra di Praga. Impeccabili strumentisti laddove, nei tanti album che il mercato sforna continuamente, ci si limita a suoni campionati, alla mera pressione del tasto di un piano elettronico. Alchemaya è filosofia, mescola sapientemente elementi culturalmente ricercati e facilmente fruibili, al fine di creare l’effetto teatrale e straniante che l’ascolto, attento, dell’album, conferisce. Alchemaya parla di Gilgamesh, parla di Shiva, parla dell’Enuma Elish, con linguaggio dal registro elevato e raffinato: Gazzè canta di divinità morte e di leggende dimenticate con la sua voce monacale, che, va detto, ogni anno che passa lo avvicina sempre più a Battiato.

Alchemaya, va premesso, è la vetta artistica di un’intera carriera. Una monade liberata. Una creatività colorata, vivace, ispirata, fatta musica. Ma, anche, superbamente elitaria. È la concretizzazione di un concetto che in molti pensano ma che in pochi dicono: l’arte viene appieno goduta solo da chi può comprenderla.

Si parte con l’Origine del Mondo: enigmatico testo, una profezia misterica, comprensibile solo agli adepti. L’intro è magistrale: un crescendo di violini, timpani e fiati, che lascia incantati.

Spero che non voglia o che voglia per sempre, il contrario dei sogni è l’origine del mondo

l’impostazione del brano, è, però, tradizionale. La chiave resta sempre la stessa, il tempo è un regolare 4/4, eppure la maestosità fornita dagli accordi maggiori e dall’ariosità degli archi e dei fiati evoca grandi divinità intente a spianare montagne, aprire oceani, correre come su una corda sull’equatore, ed infine, campane delicate, riposare oltre le colonne d’Ercole. La concretezza, nella leggenda, viene appunto ricercata tramite tale brano, da Gazzè: i sogni vanno fatti realtà. Il contrario del sogno è la realtà. Il sogno può esserne l’origine, ma mai la realizzazione. Eru Ilùvatar ha parlato ed ha creato Tutto. Ultimo verso del brano è riferito ad una verità in balia di qualsiasi evento esagonale: importante è in numerologia il ruolo dell’esagono magico.

Si prosegue con Enuma Elish (“quando in alto”), brano ispirato all’omonimo poema accadico e babilonese sulla creazione, i cui primi venti versi recitano:

Quando (enu) in alto (eliš) il Cielo non aveva ancora un nome,
E la Terra, in basso, non era ancora stata chiamata con il suo nome,
Nulla esisteva eccetto Apsû, l’antico, il loro creatore,
E la creatrice-Tiāmat, la madre di loro tutti,
Le loro acque si mescolarono insieme
E i prati non erano ancora formati, né i canneti esistevano;
Quando nessuno degli Dei era ancora manifesto.
Nessuno aveva un nome e i loro destini erano incerti.
Allora, in mezzo a loro presero forma gli Dei

Un arpeggio di pianoforte ed una serie di distorsioni elettroniche di sottofondo accompagnano la voce di Gazzè, un narratore di un mondo ancora inesistente, ma che si concretizza attraverso le sue parole. La sorpresa filosofica della canzone sta nel fatto che, alla fine, si comprende che il cantante non fa altro che narrare il punto di vista dell’uomo sulla divinità: dei stanchi, laddove l’Uomo è la realtà e l’idea.

alchemaya max gazzè recensione

Il Diluvio di tutti interrompe l’idea musicale di Enuma Elish e riprende l’ideale filo rosso de l’Origine del mondo: l’antropocentrismo superbo e nietzschiano che si comprende al termine della canzone precedente è cantato, e condannato, nell’estrema punizione divina nei confronti dell’uomo, quel Dio geloso e vendicativo dell’Antico Testamento (Dei troppo umani e uomini schiavi di immonda gelosia); viene paragonato ciò al tragico termine della raffinata civiltà atlantidea, effige del superomismo antico. Il diluvio è un tema ricorrente in tutte le culture, e tale ecumenismo culturale è ben espresso nel brano, la cui struttura è via via più complessa, fornendo, appunto, quello spunto progressive. Archi primitivi e sincopati, assieme ad un angoscioso arpeggio al pianoforte, quasi goccioloni che cadono, aprono alla narrazione del cataclisma: la componente elettronica si fa via via più presente, suoni distorti appaiono nel background, a dare l’idea dell’affondamento di Atlantide nell’oceano. Da metà canzone, cambia l’accordo di riferimento e l’arpeggio di piano di base, nonché gli strumenti principali, ora i fiati: Noè è già nell’Arca, non resta che guardare la pioggia cadere. L’esplosione orchestrale finale descrive pienamente la salvezza dell’umanità dovuta proprio a quella divina punizione.

Le idee musicali precedenti sono fuse assieme in Vuota Dentro, una marcia funebre di percussioni e timpani che sembra uscita dalla discografia di Battiato: viene narrata la tragedia cosmica, in fiati e dalla voce inquietante e distorta di Gazzè, un cantastorie oscuro appartenente ad una stirpe estinta. Ed è la volta di Shamballa, il misterioso mondo sottorreaneo narrato da poemi indiani, posto al centro della Terra ed illuminato da un sole eterno. Eulero, famoso matematico e alchimista, ne postulò anche il diametro, in 1000 km. Luogo mitico ed utopico, regno di luce, perfezione, bontà, il suo ingresso fu insistentemente cercato in Brasile (come ci ricorda Gazzè) e in Antartide dalle truppe naziste. Il finale elettronico, percussioni sintetiche e campane distorte, regala un senso enorme di mistero ed inquietudine.

Tale contrasto di emozioni è proseguito con la breve L’Anello Mancante, il cui testo parlato di ispirazione cabalistica narra della creazione di Adamo, e, dunque, di tutti gli uomini: siamo dunque creature divine, dotate di uno scopo, non nate dal caso. Il sottofondo elettronico è da documentario, suoni evanescenti e distorti, che focalizzano l’attenzione dell’uditore sulla voce dell’artista.

In Etereo tornano le ispirazioni orchestrali, con un violino solista e molti, sincopati, di supporto, che si fondono ad un sintetizzatore classico: ariosa, gioiosa, e leggera, il testo ermetico si presta a molteplici interpretazioni, ma la più probabile è che il soggetto dei versi sia l’anima, o la sua ricerca, di fronte alla nullezza della superbia dell’esser perfetti. Presenti, a metà brano, violini arabeggianti, in perfetta commistione col testo, che è strutturato come una Sura del Corano.

Non tu schiuma dialettica
foschia inferiore
m’adorni l’inconscio e lo scavi
io miglioro nel tempo
Tu resti allibita
in seno al mutamento
come se non avessi un corpo
maledetto etereo sostegno

La Tabula Smaragdina è, invece, un famoso manufatto arabo, presumibilmente da un originale egizio, al quale gli alchimisti fanno risalire il loro ordine; nuova fortuna ebbe il testo durante l’ottocento, con la nascita dell’ermetismo filosofico. Ermete Trismegisto, misteriosa figura nominata nella Tabula, è una divinità sincretica egizio/greca, ideale autore del Corpus Hermeticum. Da tale sfondo alchemico Gazzè trae ispirazione per la Tavola di Smeraldo, settimo inedito di Alchemaya. Egli impersona Ermete stesso, mescolandone i dogmi, quali il culto del numero dieci, dell’acqua guaritrice, dell’immortalità: un conte di Cagliostro più adulto e più concreto, immortale profeta del mondo che sarà. Il brano inizia al piano, con un arpeggio semplice sorretto da sirene elettroniche in lontananza ed archi; fiati e delicate percussioni accompagnano il cantato nella strofa. Nonostante il tema portante, il brano risulta meno d’effetto degli altri, soprattutto se paragonato a L’origine del mondo. Dal primo refrain in poi, appare il theremin, mano mano che il mistero si fa più profondo. Il brano si chiude con un’immagine orfica: immortali, vecchissimi, saggi, che si abbeverano alla fonte dell’eterna giovinezza. E pare quasi udire lo scroscio dell’acqua.

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Energica è Visioni ad Harran, maestosa aria classica che fonde elementi lovecraftiani, rappresentati dgli strumenti sintetici (si ricordi la novella della Città Dimenticata, più antica del tempo stesso) e archeologia: Harran è infatti Carre, antica capitale del regno dei Parti, ossia l’eterna nemesi dell’Impero Romano, presso le cui inespugnabili mura persero la vita innumerevoli condottieri. Gazzè è un viaggiatore abbandonato da Dio, che, in realtà, ha abbandonato, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dall’Eden, l’intero pianeta. Il narratore è l’ebreo che guarda nella vuota Arca dell’Alleanza, è Mosè che infrange le tavole della Legge, è Lucifero che si inabissa nel profondo, è l’uomo che cerca lo Spirito Santo in ogni colomba (“Dio transita a volte in qualcosa che vola”). Perfetta commistione fra aria classica e elettronica minimal estremamente raffinata, Visioni ad Harran è il miglior brano dell’album. La chiusura, evocativa ed allo stesso opprimente, evoca pensieri abissali. L’eterno ritorno dell’uguale.

Un netto stacco si ha con Bassa Frequenza: ermetica la voce di Gazzè, accompagnata solamente da un sottofondo di rumore di interferenza elettromagnetica. Incerta l’interpretazione: si parla di artefatti nel deserto, che, ora, paiono senza significato, come un’interferenza. Magari con un’altra dimensione?

Gli oboe e i clarinetti aprono Alchimia, cui poi si aggiunge il corno francese: e sembra tratta da un’opera di Verdi. Coloratissima e gioiosa, il felice alchimista nel suo laboratorio, tra le sue storte ed i suoi alambicchi, alla ricerca della verità. Barocca, è un’ode alla vita, l’elemento fondante dell’universo, che lo permea, in una visione olistica estremamente positivista. Nel finale, archi sincopati e fiati maestosi, l’alchimista compie il perfezionamento dell’uomo: la creazione della pietra filosofale, e la sua capacità di trasformare il ferro in oro.

Si torna al ventunesimo secolo con Il Progetto dell’Anima, ultimo brano del primo atto. Elementi elettronici che richiamano una megalopoli, clacson e bip, ed un delicato pianoforte, ne rappresentano l’intro. Poco chiaro, perfettamente ermetico, è il testo: si rimanda alla ricerca della concretezza, all’unità d’intenti, così dispersi e frammentati nel mondo attuale. Vengono nominati due gruppi giudaici: i farisei, rigidi ed ottusi applicatori dei precetti religiosi, e gli esseni, cui il narratore tende, misteriosa etnia (ovviamente molto amata dagli alchimisti), che produsse i famosi testi di Qumran, dedita all’uguaglianza, in sintonia gli uni con gli altri. Campanelle ed arpa accompagnano l’assolo strumentale finale, elegante e solenne, che chiude il gigantesco progetto filosofico di Gazzè. Il bip di una sveglia digitale chiude la canzone, quasi fosse la fine del sogno del narratore.

Il primo atto di Alchemaya si chiude con un’enorme dubbio: tutta questa letteratura, tutta questa filosofia, questa tensione all’eternità, questo rimestare nella danza delle sfere e tentare di accordarsi ad essa, a quali domande dovrebbero fornir risposta?

La risposta, ma non la domanda, viene fornita con la canzone presentata a Sanremo, La Leggenda di Cristalda e Pizzomunno. Ossia, semplicemente, l’amore eterno. Quanto contano i testi esoterici di fronte all’innamoramento? L’eternità dell’attesa per l’amata, di fronte alle false promesse della pietra filosofale e ai fumi del mercurio? Ad un amore così eterno da modificare la terra? Bellissima ballata al pianoforte e all’arpa, con leggero accompagnamento di archi, orecchiabile quanto basta per essere una hit, dà i brividi e riempie gli occhi di lacrime di fronte alla tragedia consumata dalle crudeli sirene. Avrebbe meritato la vittoria.

L’atto due trasforma i grandi successi di Gazzè, quali Sotto CasaIl Timido UbriacoEderaUna Musica può fareil Solito Sesso,Mentre DormiAtto di forzaTi sembra normale, La Vita com’è, L’ultimo Cielo, in opere sintoniche, grazie ad ottimi arrangiamenti, abbandonando il semplice pop che al cantautore sembra stare tanto stretto: liberando dai vincoli dell’armonia e dell’orecchiabilità, della semplicità compositiva, restituendo la vera anima a melodie che si confondevano nel marasma della musica contemporanea. Sebbene di classe, il pop di Gazzè non è mai stato così libero e sincero come lo è in versione sintonica. Presenti sono delle riedizioni da Maximilian, precedente album del cantautore, definito tronco, non completamente distaccato dal pop, ossia Nulla. Proprio Nulla viene assunta ad elegia dell’amore laddove la leggenda di Cristalda e Pizzomunno ne era l’eterna promessa: e trasmette ciò che era stata concepita per essere, il canto di un cuore infranto. Se soltanto, altro inedito, è composta assieme al fratello, frutto del legame fra i due, ed è stata prodotta durante il tour del 2017 di Alchemaya. Ballata al pianoforte, reale confessione d’amore adulto e delicata allo stesso tempo come una rosa sotto la pelle, sarà il prossimo singolo da Alchemaya (o almeno spero): potente come fu Perdere l’amore, raffinata come solo i grandi cantautori sanno fare. Il finale è un notturno malinconico, un cabaret oscuro.

Un Brivido a Notte è l’ultimo inedito dell’album: un testamento lunare di un uomo stanco narrato sotto il suono di un carillon di una giostra, intonato e sporcato da archi che dissacrano la tranquillità notturna.

Verso un altro immenso cielo, filastrocca che riprende il tema della notte, era l’ultima canzone da Maximilian, un ¾, un valzer divertente e tragico, come in Italia non se vedevano: una canzone dark cabaret alla Dresden Dolls, Gazzé diviene Amanda Palmer e fugge nel mondo vittoriano nella prima parte della canzone. Accordi maggiori e poi diminuiti, in archi e pianoforte, guidano all’ascensione, alla definitiva consacrazione del cantautore come compositore. La musica, eterna regina, è lei a guidare, è lei a definire il mondo: è l’arte a rendere l’uomo tale.

Per qualità compositiva, ricerca culturale, ricchezza dei testi e delle orchestrazioni, Alchemaya non è altro se non un capolavoro. Restare indifferenti risulta impossibile. È  un viaggio dentro al nostro mondo ma anche dentro a Gazzè stesso, che, pur non mettendosi a nudo, non lesina nulla di sé e del proprio, finalmente, libero, talento. Il culmine di una carriera.

Giulia Della Pelle

Alchemaya: Max Gazzè, l’Ermete Trismegisto del ventunesimo secolo

Max Gazzè: “Trent’anni di studio in 11 canzoni: dalla storia alla fisica quantistica”

fonte: la stampa.it
Reduce da Sanremo, il cantautore racconta il nuovo disco Alchemaya. Con un’orchestra e un sintetizzatore: «Ho inventato la musica sintonica»

Parla del nuovo progetto discografico Alchemaya come di un lavoro «ambizioso e coraggioso, che sono soddisfatto di avere fatto». Si tratta di un doppio cd per il quale Max Gazzè ha coniato il neologismo «sintonico», ovvero l’incontro tra la musica sinfonica e il sintetizzatore: «Almeno non urto la sensibilità dei puristi della sinfonica», scherza. Nel primo atto c’è la vera opera in undici tracce, nel secondo tredici successi di Max riproposti in questa nuova veste, più tre inediti: Se soltanto, Un brivido a Notte, «che ho liberamente tratto da La Canzone della Cortigianetta di Gian Pietro Lucini» e il brano portato al Festival di Sanremo La leggenda di Cristalda e Pizzomunno.

«In questo disco – racconta – non ci sono i classici strumenti rock come chitarra, basso e batteria. Al loro posto c’è la Bohemian Symphony Orchestra di Praga: sessanta elementi diretti dal Maestro Clemente Ferrari, che ha anche orchestrato l’opera. E poi c’è il sintetizzatore che amplia la gamma delle frequenze dell’orchestra». Alchemaya succede al live nei teatri: «È stato sorprendente scoprire come il pubblico sia stato positivamente colpito dalla prima parte dello show, quello dell’opera – sottolinea Gazzè -. Non era per nulla scontato, perché si tratta di canzoni che non appartenevano al mio repertorio. Sono il risultato di un percorso di studio durato trent’anni».

Percorso condiviso con il fratello Francesco, abituale autore dei testi, coinvolto anche in questo progetto: «In quest’opera ho sviluppato temi di storia, filosofia, mitologia, fisica quantistica ed esoterismo. Sono impegnativi, lo so, ma li abbiamo trattati con leggerezza. Avere trovato una chiave narrativa che è stata apprezzata mi ha spinto a dire: “Adesso faccio il disco”. Così è nato Alchemaya, un concept album, almeno nella prima parte, che si avvicina più al mondo progressive che all’opera classica».

La prossima estate l’opera sintonica di Max riprenderà la strada dei teatri, con quattro appuntamenti in scenari d’incanto come le Terme di Caracalla di Roma (5 agosto), lo Sferisterio di Macerata (due giorni dopo), il Teatro Antico di Taormina (25 agosto) e l’Arena di Verona per il gran finale, il 2 settembre.

Resta da capire se resterà un unicum o se siamo all’inizio di una nuova strada: «La sinfonica io l’ho sempre apprezzata e da ragazzo l’ho anche studiata. In passato ho collaborato con la Filarmonica Toscanini e con l’Orchestra Verdi di Milano, tutte esperienze che mi hanno portato alla realizzazione di Alchemaya. Quindi non credo che sarà un’esperienza che abbandonerò, magari la porterò avanti parallelamente a quanto normalmente faccio».

In tutto ciò, una garanzia sembra esserci, il pubblico che ormai da decenni lo ama, non smetterà di seguirlo. Alchemaya è una produzione che in Italia non in tanti si sarebbero potuti permettere, e discorso analogo si potrebbe fare per il successo de La leggenda di Cristalda e Pizzomunno, scelta banale portarla a Sanremo.

Ora, terminato il giro d’Italia nei negozi di dischi per incontrare il pubblico e firmare copie del disco, Gazzè potrà ritagliarsi qualche mese di riposo, prima dei live, così da dedicarsi ai tanti suoi interessi. Passioni che vanno dall’automobilismo al tennis, dal cinema all’Antico Egitto e agli studi più svariati, come quest’opera dimostra. C’è però un mondo dal quale si sente totalmente lontano, quello del calcio: «Eppure sono finito in una polemica sui social tra tifosi della Juve e del Napoli – racconta -. Mi hanno fatto passare per anti-juventino. Ma io vi assicuro che il calcio non lo seguo e non ne so nulla». È sempre stato così: «C’è un fatto che nessuno sa e che spiega tutto. Nel 1985 ero all’Heysel, a Bruxelles, alla finale di Coppa dei campioni. Sono cresciuto in Belgio ed è per questo che quel 29 maggio mi trovavo lì per Juve-Liverpool, proprio nel settore Z. Accompagnavo mio cugino, appena arrivato da Roma. Vidi tutto: i corpi schiacciati, la gente presa a manganellate dalla polizia, alcuni amici con la faccia coperta di sangue. Mi ritrovai con le spalle contro un muro. Riuscii a scavalcarlo e a saltare giù. Corsi a casa, ero sotto choc. Avevo 17 anni. Col calcio chiusi quella sera stessa, e per sempre».

Un brivido a notte

Inedito, disco 2 Alchemaya
Oggi ho imparato a breve scuola
A offrirmi e tentennare sul crinale di parola
Ed è come arrecar cure, per tutti i gusti
Sì che più frusti, vengono a ore
E domino, fingo
Respingo e mi prometto
Ecco spargete i fiori al mio passaggio
Rido, ancheggio e sbadiglio
Fino al giaciglio degli adulteri
Sarò rifiuto della città
Quando piove ed è già sera
Sarò anche vento, una preghiera
Quando ogni goccio
E’ spina d’argento a pungere il fango o la faccia
Il cuore
Passerò sulla vostra famiglia
Come un flagello, come una guerra
Come una bietta, larva di fanghiglia
Sarò l’angelo che scese in terra
Per la vendetta
Sarò l’illusione dell’amore
Che prima m’accolga e di me non si accorga
Sono quel momento di debolezza
Che giunge a volte in un cuore spento
Con la sveltezza
Di un brivido a notte

 

Alchemaya (2018)

TrackList

Disco 1
01 L’origine del mondo
02 Enuma Elish
02 Il diluvio di tutti
04 Vuota dentro
05 L’anello mancante
06 Etereo
07 La Tavola di Smeraldo
08 Visioni ad Harran
09 Bassa Frequenza
10 Alchimia
11 Il progetto dell’anima

Disco 2
01 La leggenda di Cristalda e Pizzomunno (*)
02 Il timido ubriaco
03 Il solito sesso
04 Nulla
05 Cara Valentina
06 Edera
07 Ti sembra normale
08 Atto di Forza
09 Se soltanto (*)
10 La vita com’è
11 Mentre dormi
12 Un brivido a notte (*)
13 Sotto Casa
14 L’ultimo cielo
15 Una musica può fare
16 Verso un altro immenso cielo

Sanremo2018 – Rassegna Stampa

https://www.avvenire.it/agora/pagine/max-gazz

Il cantautore Max Gazzè: verso Sanremo cantando anche l’anima

Max Gazzè: verso Sanremo cantando anche l'anima

Parli un’ora con Max Gazzè e finisci come Cristalda, negli abissi, trascinato dalle sirene gelose del suo amato Pizzomunno. Ma questo è un dolce naufragare, nell’esoterismo del cantautore più “favoloso”, il migliore – quanto a “contafole” e spirito narrativo – che abbiamo incontrato nell’intronata routine del cantar leggero (per dirla alla Lucio Battisti). Il cinquantenne cantastorie, mai triste, è pronto con disincanto al suo quinto Festival di Sanremo, il quarto da big dopo il debutto nella categoria giovani con Cara Valentina (1997). Da allora Gazzè è una certezza nel nostro panorama musicale e lo conferma con la sua ultima produzione sinfonica. «Pardon, sintonica – corregge – Ai 60 elementi della Bohemian Simphony Orchestra di Praga ho aggiunto sintetizzatori», spiega da maestro anche di fonica. Con perizia ingegneristica discetta di «onde sinusoidali, quadre e a dente di sega, che creano un’amplificazione armonica degli strumenti. Per intenderci: un suono dieci volte superiore rispetto alla reale sezione dei violini dell’orchestra di Praga».

Una sperimentazione riuscita che si ritrova in Alchemaya, opera sintonica dunque, che con la buona stagione si ascolterà nei vari templi operistici nazionali, da Caracalla, allo Sferisterio di Macerata fino all’Arena di Verona. Insomma, qui siamo bel oltre il cantar leggero…

«Ho semplicemente avuto la giusta percezione con quella cosa sublime che è la musica ed è uscito questo concept album diviso in due atti. Nel primo si trovano leggende come La leggenda di Cristalda e Pizzomunno (scritta, come gli altri inediti con mio fratello Francesco). Parto da una narrazione storica, mitologica, come l’origine del mondo, per arrivare a una dimensione alchemica, un viaggio interiore alla Jules Verne, alla scoperta dell’anima, del senso ultimo delle cose e dell’esistenza».

Ogni “pensiero debole” sparisce tra i flutti di quello fortissimo dell’ultimo Gazzè.

«La mia non è una posa ma una ricerca spirituale che porto avanti da sempre. Ho avuto la fortuna di crescere confrontandomi sulla storia delle religioni con mio padre, appassionato di teologia, teneva convegni di sindonologia. Da ragazzino per certi versi precoce, ero affascinato dai testi sacri, dai misteri esseni, dai manoscritti di Qumran…».

Un “ginnasio” degno di Battiato, per poi prendere la strada del cantautorato, battendo però i sentieri dell’ironia tagliente, “onirica”, alla Rino Gaetano, mettendoci in più tutta la sua originalità fiabesca.

«Ma prima di quella che definisco la mia svolta “pulcinellosa” (storie ironiche, evitando di puntare il dito contro qualcuno o qualcosa), a vent’anni quando ancora vivevo a Bruxelles suonavo tutta un’altra musica con la mia band, i 4 Play 4. Ero l’unico musicista italiano del gruppo, repertorio: soul del nord e sconfinamento nell’acid jazz. Andavamo forte a Londra, suonavamo in tutta Europa. Avevamo bello e pronto un album, ma la casa discografica che ce lo propose ebbe un crac finanziario e subito dopo la band si sciolse. È uno dei pochi rimpianti che ho, quell’album sono sicuro che avrebbe fatto rumore».

E invece cosa accadde poi?

«Che tornai alle miei radici italiane, peraltro mai abbandonate e sventolate con orgoglio, a Bruxelles e a Londra, ascoltando sempre la musica dei nostri cantautori. A Roma ho ricominciato da zero: bassista nei locali, turnista per due anni con Wess. Componevo world music e il mio sogno era incidere con la Bmg. Il discografico Riccardo Clary sente un mio promo e mi chiama a casa. Alla segreteria telefonica – la cambiavo tutti i giorni – lascia detto: “Caro Gazzè, vorrei capire meglio questa sua musica”. Da lì a sei mesi Clary passò alla Virgin e con l’album Contro un’onda del maresono stato il primo artista messo sotto contratto da quella storica etichetta».

Poi l’incontro con i suoi “fratelli” artistici, Daniele Silvestri e Niccolò Fabi.

«Con Daniele ho in pratica “cooprodotto” il suo album Il dado, con Niccolò salimmo agli onori delle classifiche con Vento d’estate. Ritrovarsi ancora tutti e tre in tour e registrare un disco come Il padrone della festa (2014), beh sono momenti di complicità unici e irripetibili. Con Silvestri è accaduto anche lo scorso Natale quando ci siamo esibiti in trio con Carmen Consoli. Fantastico, come memorabile per me rimane la serata dei duetti a Sanremo (2008) quando con Paola Turci e Marina Rei abbiamo cantato Il solito sesso ».

Canzone difficilotta quella per il pubblico sanremese, al quale ora propone l’altrettanto sofisticata La leggenda di Cristalda e Pizzomunno.

«Era necessario voltare pagina, specie dopo gli ultimi “zumpa-zumpa” de La vita com’è e Ti sembra normale… Ora c’èAlchemaya che è la piena fusione di spirito, corpo e anima».

Eppure nel suo necessario e fisiologico volare alto, lo sa che con Caparezza lei è il cantautore più amato dai bambini?

«Ne sono orgoglioso, anche da papà di cinque figli. Credo che l’empatia con i più piccoli nasca dal ritmo della filastrocca che ritrovano in certe mie canzoni. L’alchimia che si crea viene dal suono che i bambini traducono in parola familiare. Nel mio linguaggio simbolico ritrovano qualcosa di facilmente riconoscibile. Solo così me lo spiego quando mi capita di ascoltare un bambino di cinque anni che canta a memoria Sotto casa ».

Piccoli uomini crescono con la profonda leggerezza dei suoi brani e al tempo stesso con l’imbarazzante superficialità di questa nostra era social…

«Ma io sono fiducioso della coesistenza di mondi diversi e credo nell’umanità che tiene conto del progresso ma possiede ancora la capacità di tornare indietro e di ricercare il senso più profondo della vita. Quindi più il mondo diventerà superficiale e maggiore sarà la ricerca da parte dell’uomo di andare a ritroso per avvicinarsi al divino. Più l’uomo si allontanerà dalla terra e più questa farà in modo che si riavvicini».

Lei si era già avvicinato, in anticipo rispetto ai fatti recenti, alla tematica delle violenze e della molestie sessuali compiute sulle donne, con il brano Atto di forza.

«Giusto scovare gli scheletri nell’armadio dello showbusiness ma non dimentichiamoci che le violenze di cui sono vittime tante donne spesso iniziano tra le mure domestiche. Credo che sia una delle azioni più abominevoli di cui un uomo si possa macchiare e io l’ho denunciata con quella canzone che ottenne il Premio Amnesty Intenational 2014. Grazie ad Amnesty, alla scuola e alle associazioni, oggi il problema viene trattato con maggiore attenzione. E io ne sono felice, anche perché la mia sensibilità musicale è molto “femminile”, come dimostrano tante collaborazioni avute con le nostre cantanti».

Nella serata dei duetti sanremesi si esibirà con una donna del jazz, Rita Marcotulli, e Roberto Gatto. E se questo fosse il Festival di Gazzè…

«Non creiamoci troppe aspettative – sorride sornione –. Aver convinto tutti, dal direttore artistico Claudio Baglioni alla stampa, con La leggenda di Cristalda e Pizzomunno per me è già una vittoria. Se poi, dopo averla cantata sul palco dell’Ariston dall’orchestra di Sanremo riceverò lo stesso consenso ottenuto in prova (applauso a scena aperta e bacchette battenti sui leggii dei violinisti, ndr), be’ allora personalmente lo vivrò come un trionfo».

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Alchemaya – i testi

01 L’ORIGINE DEL MONDO
Riflesso sul lago di Kaman
Mosso da un gelo pittoresco e inesatto
Piega gli elementi in un comune
Respiro e sposta le nuvole
Da pezzi di sereno a grappoli uniti
All’europa centrale
Dove Geografia rimprovera meridiani
Calca sull’equatore quale leader incontrastato
Punge con il picco le aree più basse
Ho udito sirene cantare troppo piano
Il grido di Ulisse gonfiare le vele
Perfino nello sconcerto delle Marianne
S’annida riluttante l’origine del mondo
Quando linfe ingrossate vivacchiano a fondo
Lasciando il piglio alle correnti
Mentre ai bordi una furba umidità
Cresce fra creature allegre vanitose
Fuori sulle sabbie l’Atlantico è pensoso
Su come cucire le terre che separa
Spero che non voglia o che voglia per sempre
Il contrario dei sogni l’origine del mondo
Cristalli di cielo frantumano
L’ordine apparente di gesso
Scaturito da quello che sotto chiamano quasi sempre
Colui che governa e controlla le cose
Come un’immensa unica
Verità plasmata in forma perfetta
Che a vederla appare in balia
Di qualsiasi evento esagonale
E tu profitta dello scompiglio
Per decidere finalmente
Certifica l’origine del mondo
E tu profitta dello scompiglio
Per decidere finalmente
Certifica l’origine del mondo
E tu profitta dello scompiglio
Per decidere finalmente
Certifica l’origine del mondo
E tu profitta dello scompiglio
Per decidere finalmente
Certifica l’origine del mondo

02 ENUNMA ELISH
Un cielo senza nome
gli dei come mondi nei profondi abissi
e le orbite di quelli chiamate fissi destini
Satelliti, venti, mostri divini sono armi terrificanti
Ed io, uomo, l’idea banale di uno per alleviare le sorti
di certi dei stanchi

03 IL DILUVIO DI TUTTI
Non più allegoria, Né mito o leggenda
Ma dei troppo umani, e uomini schiavi
D’immonda gelosia
Un buio di gelo, precede gli schianti
Schianti dal cielo è la terra di Atlantide
Slitta nel fondo, nel fondo…
Centocinquantagiorni
Scroscia il secondo battesimo
Lasciando illesi, quelli dell’Arca
Sapienza di acacia e bitume che immune
si adagia sui monti armeni
giganti o titani da lì salveranno
il progresso
così come adesso…
così come adesso…

04 VUOTA DENTRO
Bella uniforme a strati
massiccia la terra
una boccia enorme, tra i pianeti
ma se dentro invece fosse vuota
e al suo centro, dorasse una luce
remota
Da ***** ho scoperto in Brasile
si scende per scale, sbattuti dal vento
il peso decresce di un quarto
arrivando alle viscere di un altro mondo
Il sole che appare è più rosso
e rimane lì fisso
di notte
E l’uomo abitante da questo lato
è un gigante pazzesco nato buono

05 L’ANELLO MANCANTE
E’ stata una scintilla, a parte
il pezzo mancante d’argilla che fece astratto
l’impasto dell’uomo
Questo tratto comune ci viene dal tempo di Adamo
Con il preciso intento di far categoria speciale
Nonostante l’idea del puro caso
serpeggi petulante
ancora oggi

06 ETEREO
Non tu schiuma dialettica
foschia inferiore m’adorni l’inconscio
e lo scavi
io miglioro nel tempo
Tu resti allibita in seno al mutamento
come se non avessi un corpo
maledetto etereo sostegno

07 LA TAVOLA DI SMERALDO
Io, signore del mistero
cento volte e dieci discesi
nell’oscuro di Amenti
a berne le acque segrete
dove i possenti estendono eterne
le vite loro
Tu, uomo del presente
stella triste, confinata sempre nelle sciocche norme
del tuo corpo, fuggi il torto uguale
e ignorare ciò che non esiste
perchè esiste in altre forme
Fuori dal velo riflesso trabocca
della tua luce fai di te stesso sentiero
capace di stabile armonia
che inghiotta le curve del tempo
la carne tua
Molte le razze che stanno ognuna
nel proprio mondo, con la propria luna
Certe guadagnano le altezze
ed altre il profondo
ma _______ ancora
conquistare l’etere
creare città da rosa e oro
per la loro sete di conoscere Dio
La luce
è già retaggio tuo
Io signore del Mistero
mille volte ancora scenderò
nell’oscuro di Amenti
a berne le acque e i segreti
dove i possenti estendono eterne
le vite loro

08 VISIONI AD HARRAN
Un caldo febbrile
infetta le antiche rovine
e una mappa sussurra come le streghe
Jahveh non mi vede
ha lasciato la terra
Jahveh non mi vede
ha lasciato la terra
Non gi darei torto
che intanto pareva ai giudei
di pregare niente
così com’è stato evidente
Persi un poco prima
che rotto dall’ira
sfidò l’infinito
dice il profeta Ezechiele
e questo sparì in un cratere
nello stesso pianeta
Il Dio della luna
tornò a Babilonia
calmato dal un patto
dell’altro s’ignora la sorte
Ma transita a volte
su qualcosa che vola
Ma transita a volte
in qualcosa che vola

09 BASSA FREQUENZA
Teorema fiacco
una tomba a mezz’aria del deserto
un almanacco rifugio o faro?
o se romba davvero lì dentro la storia della terra
e brilla il calcare ersteriore
come un diamante
che nel cuore a sè stante si accorda
l’eco dell’universo con il granito rosso
il verso infinito e uguale che sgorga
risuona mosso a distanza
come un segnale di bassa frequenza

10 ALCHIMIA
E’ la forma che dilunga il karma dell’uomo in tentativi
perchè l’anima funga da sviluppo è necessario che schivi
tutto quello che pare un reale desiderio
Se penso all’infinito spazio temporale
questo darsi da fare per una vita serena
e da uno strano senso di pena
che abbiamo capito male
o noi o la crosta terrestre
e la voglia di scendere ora sotto
a vedere se queste frottole di superficie
valgono ancora in assenza di lucioppure al contrario
salire un momento al putiferio delle stelle
così per il gusto di fare l’imbecille
nel buio contesto del firmamento
Prosegue la danza delle materie
il suojno che fa il corso del sangue nelle arterie
prosegue all’inverso e si espande in esterno
ma qui nessun centro ha la verità
ci si attacca a chissà quale idolo fisso
quando il flusso degli eventi
come il fiume ci scorre davanti e poi scappa
prosegue l’azione senza di noi.
Una sola materia preme l’universo
lo estende una sola dall’aria l’incenso
il rame le onde lì sta il segreto di tutte le cose
moto costante che accese l’inizio
Tu, mente alchimista
con l’esercizio farai l’uomo più brullo
di casta divina
e l’oro da una vena del metallo
l’oro da una vena del metallo
e l’oro da una vena del metallo

11 – IL PROGETTO DELL’ANIMA
Stirpe reale
non immola ma danza
l’essenza che sale
dagli angeli a Dio
per chi fariseo straluna la grazia
di esistere in sè come inezia animale
non c’è una parola che possa
essere luce e destino che squassa
e ricuce il genere umano
amore coscienza risveglio
amore coscienza risveglio
Voglio farmi emozione
Senza rabbia o paura
Essere oro divino
e vivere come un esseno